venerdì 5 giugno 2020

Di bilanci da DaD



Ormai ci siamo: la scuola praticamente è finita e possiamo tirare le somme di quest'anno decisamente anomalo. La scuola è stata la prima attività chiusa per il coronavirus e, sicuramente, sarà l'ultima a riaprire, con conseguenze certamente pesanti. 
Andando al mio "particulare", fatto salvo che la Didattica in presenza E' INSOSTITUIBILE, la DaD è andata abbastanza bene. Quest'anno sono stata fortunata ad avere classi di studenti abbastanza diligenti e motivati, che si sono sottoposti a tutte le novità con buona lena. Certo è che se la ministra non avesse comunicato già ad aprile ad alunni e famiglie che sarebbero stati tutti promossi, avremmo potuto ottenere  molto di più. Per assurdo, la scuola avrebbe  tenuto meglio se dal Miur non si fossero fatti sentire per niente (ma questo ve lo spiega molto meglio Murasaki)
Non voglio, però, parlare delle follie ministeriali e delle mirabili giravolte sugli esami di maturità e di terza media (il Cucciolo deve farli, e siamo tutti pazzi), ma di quello che la DaD è stata veramente: l'unica forma di normalità, l'unico supporto di socialità, terapia psicologica individuale e di gruppo, che ha portato i bravi a rimanere bravi e i meno bravi a rendersi più visibili. 
Ma soprattutto di supporto psicologico si è trattato. Abbiamo studiato, sì, ma ci siamo confrontati sulla quotidianità, sulle paure, sui bisogni nascosti. E' stato un lavorio che ha lasciato me stremata, ma pure arricchita da storie che, nella didattica ordinaria, non avrei conosciuto mai. Nell'ultima consegna, una lettera in cui fare un bilancio dell'anno scolastico e della propria "maturazione", mi sono commossa leggendo testimonianze "a cuore aperto" sulle difficoltà quotidiane, ma anche sulle esperienze positive di questi strani mesi, prima fra tutte, incredibile dictu, l'avere fatto gruppo, essere diventati classe. E poi la sconfitta della timidezza("Sa, prof, essere a casa mi ha aiutato ad aprirmi. Quando ero in classe mi vergognavo a parlare, adesso non più"), la necessità della condivisione, le videochat serali, a cui partecipa pure il Timido, quello che in classe si spalmava all'ultimo banco e nella ricreazione rimaneva seduto lì, senza muoversi.
Lo ricorderemo quest'anno per gli occhi, le gambe e la schiera rovinati da ore ininterrotte di computer, per la stanchezza a fine giornata, per la mancanza delle chiacchiere coi colleghi e del caffè di mezza mattina, per i messaggi a tutte le ore e le richieste più improbabili via WA. 
Lo ricorderemo per la riorganizzazione delle nostre vite, per l'incredibile capacità di adattamento che tutti abbiamo vissuto, per la mancanza di quel contatto fisico che abbiamo sempre dato per scontato. 
Quest'anno si chiuderà senza gavettoni, ma non senza saluti. La Terza, non in orario oggi, mi ha mandato un messaggio: "Ci vediamo una mezz'oretta, prof, così ci auguriamo buone vacanze?" E la prima: "Prof, ma lo sa che ci mancheranno le videochiamate (ma quelle delle 8 no!) .
Quest'anno scolastico si conclude (e dobbiamo ancora fare i conti con lo scrutinio online!) e certamente siamo tutti diversi da come eravamo a settembre; si conclude con la speranza di ripartire in autunno ritornando alla normalità, di cui abbiamo tutti un gran bisogno, si conclude nella consapevolezza che si sarebbe potuto fare di più, ma che anche si è fatto abbastanza perché, connessioni ballerine a parte, gli insegnanti si sono messi in gioco e hanno dato il massimo, con tutti i loro limiti. 
E il Presidente, che ha nominato Cavaliere al merito un professore che ha continuato a fare lezione dal suo letto d'ospedale, ha onorato in lui tutta la categoria. 

martedì 26 maggio 2020

Di cose che non vorresti mai sentire 9


Verifiche di latino (siamo, finalmente,  alla fine). 
Al malcapitato Dolcezze propone una frase da tradurre all'impronta:

"Caesar cum copiis  urbem petit..." 
"Prof, ma non c'è il verbo..."
"Guarda bene"
"Non c'è..." 
"Comincia a tradurre, che poi lo trovi"
"Cesare con le truppe la piccola città...Lo vede che il verbo non c'è?"
"Ma scusa, dov'è la piccola?" 
"Prof, ma petit non vuol dire piccolo?"

Praticamente la torre di Babele.

domenica 24 maggio 2020

Delle follie della quarantena 4 (e Delle cronache di Villa Arzilla 49)


Prima messa dopo la quarantena.
Dolcezze si sottopone a tutta la trafila obbligatoria: mascherina, guanti, amuchina, distanziamento e posti a sedere definiti: un po' antipatico ma dovuto e quindi accettato benevolmente. 

Comincia la celebrazione: tutto regolare finché la lettrice (un'arzilla ottuagenaria ex insegnante) va all'ambone per proclamare il salmo responsoriale. Alla fine di ogni strofa lancia sguardi accesi verso un lato dell'assemblea e fa cenni con le mani: tutti noi pensiamo che sia per invitare a rispondere con il ritornello e quindi non ce ne curiamo. Ad un certo punto fa proprio segno di alzarsi e quindi tutti accenniamo a sollevarci, ma lei continua a leggere e quindi ci risediamo, un po' perplessi. 
Scesa dall'ambone, l'arzilla lettrice non torna a posto, ma si dirige decisa verso una signora: "E' mezz'ora che le faccio segni: si sposti da qua e si metta là: non vede che ci sono le indicazioni nei banchi su dove sedersi"?

Ne vedremo delle belle.

mercoledì 20 maggio 2020

Delle follie della quarantena 3



Supermercato, mattina. Mentre Dolcezze ė al banco frutta una signora con fare furtivo si avvicina al responsabile e, parlando sottovoce:
"Per favore, potrebbe farmi fare lo scontrino? "
"Scusi, cosa desidera?"
"Potrebbe andare lei alla cassa per farmi pagare?"
"Signora, non capisco..." 
"Potrebbe andare lei a pagare?"
"Mi scusi,  signora,  continuo a non capire. Io non posso pagare per lei..."
"No, ma cosa ha capito? Io ho i soldi...Non posso fare la fila."
"E perché?"
"Quella signora ha tossito...potrebbe essere malata..."

Taccio sulla reazione del responsabile. 

lunedì 18 maggio 2020

Della Fase 2 e di pensieri sparsi

Pare che si stia allentando la rigida quarantena che ci ha chiusi in casa e separato dal mondo per più  di due mesi.
Oggi sono tornata a scuola, per ritirare alcuni documenti necessari per i prossimi scrutini. Ho incontrato per strada la FataMadrina e non l'ho potuta abbracciare. Ci siamo salutate a distanza.  
Arrivata a scuola, sono stata bloccata alla porta: un collega, munito di mascherina,  ha fermato me, altrettanto mascherinaeguantimunita, finché non si sono allontanati i colleghi già presenti  ("In piu di quattro non si può entrare"). Nessuna chiacchiera liberatoria, nessuna risata. In silenzio e a capo chino ci siamo tutti affrettati a tornare nelle nostre tane. 
Oggi finalmente sono andata dal parrucchiere, e mi sono trovata in una specie di sala operatoria: intanto appuntamento ad orario preciso (ero arrivata prima e sono stata invitata a tornare al momento giusto), disinfettante per mani all'ingresso, kimono, mascherina, poltrona vaporizzata, lavabo sanificato, guanti, spazzole e pettini sterilizzati...molta ansia generalizzata. Un incubo, praticamente,  e per giunta accompagnato dalla lettura di un mediocre giallo sul kindle. I tempi dilatati mi hanno devastato, tutte queste regole mi hanno ulteriormente inquietato e quello che era sempre stato un momento di relax, accompagnato da quattro chiacchiere serene e un buon caffè,  è diventato l'ennesima occasione di disagio.
 
È cominciata ufficialmente la fase 2, ma ho l'impressione che la "quarantena" non sia affatto finita.
Intanto io non ho alcuna voglia di uscire (e quel minimo che ne avevo, dopo le esperienze di oggi si è esaurita del tutto) e l'unico desiderio che ho è rintanarmi ancora di più nella mia stanza, sul mio divano e di chiudere tutto fuori.
Non so come verremo fuori da questo momento.
Finora sono stata positiva,  ho cercato di resistere allo sconforto dominante, alla paura per quanto poteva succedere, ai timori per Villa Arzilla. Ho gestito la scuola nel miglior modo possibile, ho cercato di sostenere alunni e figli, ho sopportato le paturnie dell'Amato bene in smart working, ho cucinato pane, pizze e dolci,  ho ricamato di sera tardi, per mettere ordine al caos della mia testa, ma ora sono abbastanza abbattuta e mi chiedo se e quando usciremo da quest'incubo.

Voi come state vivendo questa fase?

mercoledì 13 maggio 2020

Di cose che non vorresti mai vedere 4


dal web

A scuola è tempo di Consigli di classe. Dolcezze è coordinatrice e per tempo si preoccupa di creare la "stanza" virtuale d'incontro con i colleghi, i genitori e gli alunni.
È il primo vero evento mondano da mesi! Dolcezze tira fuori una maglia  più  carina, cerca di sistemare  le chiome, che ormai hanno abbondantemente raggiunto e superato le spalle, tira fuori le perle, si trucca e va alla ricerca del rossetto: sì, ricerca vera e propria perché è dal 4 marzo che non lo mette più. In queste settimane è uscita a fare la spesa, ma con la mascherina,  e quindi niente più rossetto da quell'ultimo giorno di scuola. Al termine della caccia al tesoro, lo trova nel fondo di una borsa, lo mette, dà un'ultima spazzolata ai capelli e si avvicina alla sua postazione.  L'Amato Bene la incrocia e la guarda perplesso: "Dove stai andando? Come mai sei in tiro?" "Consigli di classe. E ci sono pure i genitori " Lui se ne va sghignazzando e lei, sotto gli occhi implacabili della telecamera del tablet capisce perché: il rossetto che ha messo è abbastanza appariscente.  Probabilmente risale alla vita precedente,  ma ormai non c'è più tempo di toglierlo.  Si dà inizio alle danze...e Dolcezze scoppia a ridere: davanti alle librerie d'ordinanza (avete notato che tutti, a parte Dolcezze,  si presentano con alle spalle bellissime-e ordinatissime- librerie?) ci sono tutte le colleghe e i colleghi. Sugli uomini nulla da dire, ma le donne sono tutte Dolcezze-style: a parte il parrucco approssimativo, tutte con trucco accurato, orecchini e collane, rossetti vistosi, abbigliamento solo apparentemente casual, ma in realtà elegante. Anche loro, praticamente,  si sono preparate per la matinée teatrale.
Si comincia la riunione,  si discutono gli argomenti all'ordine del giorno,  finché suonano alla porta della collega più elegante e curata. La collega, allora, si scusa e si alza per andare ad aprire e, horribile  dictu atque visu sotto la camicia di seta e il pulloverino firmato compaiono UN PAIO DI PANTALONI DI PIGIAMA CON I PANDA. 
Mantenere la serietà da parte di tutti ha richiesto un superiore controllo, lei, inconsapevole,  è tornata a sedersi, ma nulla è stato più come prima.  

lunedì 11 maggio 2020

Della scuola ai tempi del coronavirus 3

 
foto dal web
Sono passati due mesi. Due mesi di didattica a distanza, due mesi di scuola virtuale. 
Due mesi senza ricreazione, senza richieste di andare in bagno o alle macchinette, senza pausa pipì e chiacchiere con il compagno. 
Due mesi senza lavagna (e non mi dite che quella dello schermo ė una lavagna. La lavagna è il gesso che stride, è "Vado io a prendere il gessetto, prof?", sono le mani sporche,  la polvere bianca sui vestiti, la scusa più bella "Sono allergica al gesso, non posso scrivere ") *
Sono passati due mesi. E sono passati su tutti come uno schiacciasassi. Sono passati sulle nostre abitudini,  sulle nostre convenzioni, sui nostri rapporti. Ormai non si preoccupano più di comparire in pigiama, di sbadigliare allo schermo, di giocare con le matite e le  palline. Tanto sono "mutati"**, e in tutti i sensi.
Questi mesi ci hanno cambiati, ma hanno anche riconfermato le nature. Chi studiava ha continuato a studiare, chi non studiava, appreso che per quest'anno "todos caballeros", ha continuato a non studiare.  Chi si nascondeva all'ultimo banco dietro il compagno capellone,  si nasconde dietro una telecamera che non funziona o una connessione lenta. Chi organizzava feste e incontri, organizza videochat pomeridiane e festeggiamenti di classe. Chi era puntuale nelle consegne, continua ad esserlo, chi le trascurava  continua a farlo. 
Nihil sub sole novum. 
E invece no. Perché la mutata sono pure io. E non solo per capelli indecorosamente lunghi e unghie malamente mangiate. Sono mutata io che parlo sempre, perché mi sono reinventata e mi son fatta istruire da loro ("prof, se pigia i tre puntini, si apre la tendina e può..."), perché ho capito ancora meglio che la scuola è un mistero di comunione, in cui , tra le varie discipline, ci incontriamo con l'altro,  gli doniamo una parte di noi e riceviamo altrettanto.  Ho imparato che gli abbracci non sono scontati e chiedere "Come va?" non è una semplice domanda. Ho imparato che non c'è dono più bello della fiducia che ti viene accordata,  nella condivisione di pensieri e problemi. Ho imparato che ho bisogno di loro e che loro hanno bisogno di me. 
Perché la Didattica a distanza sarà pure un valido aiuto, ma mai e poi mai può sostituire l'incontro, l'essere fisicamente l'uno accanto all'altro,  a contatto di gomito e, soprattutto,  a contatto visivo, e non attraverso uno schermo. Lo schermo è separazione. 
Abbiamo bisogno di stare insieme.  
Speriamo sia presto. 


*ebbene sì, non abbiamo ancora la Lim in tutte le classi e siccome io sono tradizionale,  quando posso uso il gesso e non la lavagna magnetica col pennarello
** neologismo per indicare chi ha il microfono spento