lunedì 9 dicembre 2019

Di belle storie vere e di anniversari

dal web

La accompagna ogni mattina. Escono insieme dal portone, scendono insieme le scale, poi lui si ferma e lei attraversa la strada. Lui la guarda, aspetta che entri in farmacia e poi ritorna indietro. Alla chiusura lui la aspetta in cima alle scale. Appena lei compare all’orizzonte le va incontro, le dà un bacio, lei lo prende a braccetto e tornano a casa. E così di pomeriggio, ogni giorno, tutti i giorni. Lui è in pensione, lei è stata bloccata dalla legge Fornero e deve ancora raggiungere l’età giusta per smettere di lavorare. Sono sposati da una vita, hanno figli ormai grandi, ma hanno ancora voglia di stare insieme e sembra quasi che non sopportino di stare separati, in questi anni che avevano immaginato diversi, entrambi finalmente liberi dalla schiavitù dell’orario. Ci vorranno altri due anni, ma nel frattempo cercano di recuperare quello che possono.


Sarà che sono un’inguaribile romantica, sarà che vedo come si guardano, ma a me questi due sposi diversamente giovani mettono una tenerezza infinita. La vita in due non è facile, ma con un po’ di impegno l’amore può essere eterno.

Auguri, allora, a loro e a me e all’Amato Bene, oggi che sono 24 anni dacché ci siamo sposati.

venerdì 6 dicembre 2019

Dei libri dell'anno 69 : L'albatro


Passato e presente si incrociano in una storia di infanzia e di maturità, in cui vita e morte si intrecciano e si scopre il senso della vita nel suo contrario.
Un uomo. E il bambino che fu. Forse così possiamo introdurre il bellissimo romanzo della Lo Iacono, L’albatro.
C’è un uomo malato, ricoverato a Roma, lontano da casa, che spera di guarire e ritrova in sogno il suo amico, Antonno, che lo ha accompagnato in un periodo importante della sua vita. Quest’uomo è Giuseppe Tomasi di Lampedusa e i lettori che hanno amato Il Gattopardo non possono non trovare continui rimandi all’opera, nella presentazione dei luoghi, nella nobiltà siciliana ormai proiettata verso un inevitabile declino, nel senso di morte che aleggia nella calda sensualità dell’estate siciliana e nella magia delle fonti incantate e dei palazzi con innumerevoli stanze.  Conosciamo così i retroscena della composizione del romanzo, i problemi della pubblicazione, le vicende private dell’autore, come la sua storia d’amore con la moglie o il rapporto con la madre, ma ciò che è colpisce di più è il confronto con Antonno, l’amico di giochi, con cui ha condiviso l’estate in cui ha imparato a leggere e scrivere e ha conosciuto la vita e la morte.
Antonno è decisamente originale: vive in un mondo al contrario, in cui abbandonare è trattenere, la destra è la sinistra e il nascere è morire. Antonno non ha molte parole, ma accompagna “u principuzzu” in ogni sua ricerca e in ogni sua scoperta, come l’albatro che, fedele, non abbandona mai il capitano della nave che segue, fino alla fine. Giuseppe ha tante domande, ma nessuno gli dà le risposte, perché i bambini, all’inizio del Novecento, devono essere tenuti fuori dai misteri della vita. Lui non capisce il perché del pianto della madre ogni anno il 5 gennaio, né comprende la natura del malessere della sua maestra. Il disvelamento sarà progressivo, e si realizzerà in uno spettacolo teatrale, in cui il bambino comprenderà, pirandellianamente, che il teatro forse è verità e forse è la vita ad essere teatro.
Il tutto in un bellissimo quadro di inizio Novecento, con la Palermo dei Florio in cui la nobiltà esprime il suo canto del cigno, senza accorgersi della nube nera che si addensa su di lei, così come il vecchio e fedele amministratore non smette di presagire.
“C’è una risposta alla morte, ed è la poesia. C’è un rimedio al tempo, ed è la scrittura” ci dice il protagonista, e lo fa con il meraviglioso periodare della scrittrice, che riesce a dar voce al viaggio dentro di sé del “principuzzo” e di tutti noi, chiamati ad eternare la bellezza della memoria.


per il Venerdì del Libro

mercoledì 4 dicembre 2019

Di lenzuola ricamate (e riflessioni "filosofiche")


“Ogni tantu dugnu ‘n puntu: aspittati ch’ora vu cuntu…”*

E’ un periodo più pieno del solito, in cui il tempo sembra scorrere più in fretta e non c’è spazio per i lavori creativi. Solo la sera, quando tutti si ritirano nelle loro stanze, mi fermo un attimo, controllo l’agenda, pianifico il giorno dopo e, se non è troppo tardi e non sono troppo stremata, mi siedo mezz’oretta sul divano a fare qualcosa.
Prima dell’estate avevo disegnato un lenzuolo da lettino, che la zia mi aveva tagliato e cucito una vita fa e, un punto alla volta, alla fine l’ho portato a termine. Il disegno è preso da una vecchia enciclopedia del ricamo a fascicoli, Voglia di ricamo, che ho comprato taaanti anni fa quando, ragazza, ho cominciato a voler approfondire le mie passioni.        
                                                      


Ho cominciato a lavorare nel Buen Retiro, poi, una campanella alla volta, il bouquet è fiorito e sono molto soddisfatta del risultato.




L’importante è cominciare, diceva sempre la Zia: “una volta che è disegnato, un punto alla volta si va avanti”. Senza fretta, senza assillo, un punto alla volta, come per tutto. 
Se mi metto davanti un progetto troppo grande, magari mi scoraggio e non lo comincio neanche. Una tappa alla volta, invece, tutto sembra più semplice.

Dovremmo imparare a fare così anche nella vita. 


*“Ogni tanto do un punto (di cucito/di ricamo/di maglia…): aspettate che ve lo racconto (ve lo faccio vedere)”

martedì 26 novembre 2019

Della madre (del Sud) dello studente fuorisede

foto presa dal web
(post ad alto livello di generalizzazioni, ma suffragato da testimonianze dirette)


La madre dello studente fuori sede vive sdoppiata: con il corpo continua a fare tutto ciò che ha sempre fatto, ma con la mente pensa a come aiutare il figlio che è lontano. Se cucina, prepara sempre una porzione in più (da sistemare in vaso e sterilizzare), se fa acquisti, prende la felpa/la maglia/i guanti che potrebbero servire a lui, se va a fare la spesa compra i suoi alimenti preferiti, possibilmente in barattoli di vetro che possa riciclare per le conserve da inviargli.

Al mattino controlla il meteo della città del figlio prima ancora di aprire le finestre della sua stanza,  la sera guarda le previsioni del tempo, in maniera da avvisarlo in anticipo. Non gli telefona per non essere invadente, ma guarda il cellulare tremila volte per controllare che ci sia il segnale. Esamina con attenzione il calendario per verificare se c'è un ponte, una festività, una celeste congiuntura che le consenta di prendere un qualsiasi mezzo di trasporto per raggiungerlo e se la trova...parte, anche se c'è sciopero, se il treno viene soppresso e se perde la coincidenza. Parte con una valigiona, piena di ogni bene di Dio, anche se non ce la fa neanche a trascinarla, e se è troppo pesante si fa aiutare da qualche anima pia. Se proprio non può partire prepara il "pacco", il dono più atteso, e, insieme al cibo, aggiunge sempre qualcos'altro, fosse pure un paio di calzettoni. Ora che arriva Natale, non può permettere che lui non abbia un po' dell'atmosfera festiva di casa e aggiunge al pacco presepe e alberello (piccini picciò, va bene, ma sempre un segno).



A casa sferruzza sciarpe e maglioni, se va da lui, occupa il tempo a cucinargli piatti che poi congelerà. Sì, lo sa che in questo modo non lo renderà mai autonomo, ma che ci può fare? Lei è così e...lui pure. Lui, che in genere gestisce bene i propri spazi, se sa che la mamma è in marcia , le farà trovare camicie da stirare e magliette da lavare. Poi la abbraccerà, ma non troppo, perché se no il mito di "noiuominiduri" potrebbe averne un danno, ma di tanto in tanto si avvicina di soppiatto, per strusciarsi un po'. La madre dello studente fuorisede lo guarda di sottecchi e lo vede cresciuto, più uomo, più deciso, e si compiace per questo. Vorrebbe spupazzarselo, ma non può e si trattiene poco a casa sua, perché non vuole occupare i suoi spazi, il suo mondo in cui lei entra, ormai, in maniera diversa e in punta di piedi. 
E poi torna a casa e il gioco ricomincia, in un loop senza fine.

lunedì 18 novembre 2019

Di nuove Prime e di adolescenti moderni

foto dal web

C'è una costante nel lavoro con la Prima di quest'anno: tutti i ragazzi hanno piena consapevolezza di sé, quelli più alti della prof e quelli che a malapena, da seduti, toccano terra. Bravi, educati, con ottime conoscenze pregresse, informati su tante cose e non soltanto sui videogiochi, ma pieni di sé. Tutti. Questa cosa in Prima è inquietante. In genere si arriva a questo in Quinta, con ragazzi che si son fatti le ossa a scuola, mentre in Prima, in genere, gli alunni si dividono fra adolescenti insicuri e secchioni e fanciulle con lo specchietto nel diario. Quest'anno no: sembrano tutti uomini e donne fatti, che non hanno un cedimento. Mai.
Chi è beccato impreparato non era a conoscenza dei compiti perché era assente ("ma, scusa, c'è il registro elettronico e le vostre millemila chat!").
Chi non sa la ripetizione non poteva farla perché c'erano troppi compiti ("anticipare no, eh?").
Chi è senza libro aveva lo zaino troppo pesante.
Chi ha dimenticato il quaderno fa spallucce.
No, non è questione di scarsa educazione. E', banalmente, autoreferenzialità.
Ognuno di questi ragazzi si sente onnipotente. La chiave per questa interpretazione me l'ha data il latino che richiede, ontologicamente, di seguire regole fisse e non adattabili.
Correzione versioni: "Romanorum copiae: Le truppe romane...
"Giusto, ma in questo momento dell'anno io preferirei una traduzione letterale in questa fase. Romanorum cos'è?"
"Genitivo plurale"
"E traduci, allora"
"Le truppe romane"
"Ma non hai detto genitivo plurale?"
"Sì, ma è la stessa cosa"
"Convengo, ma voglio la traduzione letterale". Solo dopo 10 minuti, finalmente, il malcapitato obbedisce alla perfida strega e dà la traduzione letterale.

"Ripetiamo le declinazioni"
"Io le so, prof" 
"Ne sono certa: declina" 
"Non è necessario declinarle: basta saperle"

"Per tradurre occorre innanzi tutto individuare e interpretare il verbo." 
"Villae domina in arca armillas servat: Villae..."
"Ho detto che prima di tutto devi individuare e tradurre il verbo..." 
"E' lo stesso, prof."
Non è lo stesso per niente. 

Qui il problema è che stiamo tirando su una generazione di presuntuosi che credono di sapere tutto. 
Come mai? Anni di condiscendenza, di "lascialo stare, che è piccolo", anni di no che diventano sì, se no si dispera, creano questo. Ogni regola DEVE essere violata per l'affermazione della personalità individuale e l'obbedienza non è più una virtù. 
Immagino già i genitori di questi rampolli a colloquio: potrei già scrivere i dialoghi. 

venerdì 15 novembre 2019

Di straordinari accidenti



dal web
Sapeva che sarebbe successo prima o poi: la cattiva abitudine di non fermarsi mai e di fare quattro cose insieme doveva avere qualche sgradevole conseguenza. La pessima abitudine di parlare al telefono tenendo l'apparecchio incastrato tra orecchio e collo,con una postura scorretta e dolorosa, aveva già portato a capogiri, contratture ed era costata una serie di sedute dall'osteopata. Ma non aveva mai smesso: impossibile per lei stare seduta sul divano a gambe accavallate mentre parla con le amiche o con qualcun altro. Più comodo pratico avere le mani libere per cucinare, rigovernare o stendere i panni. Ecco, stendere i panni, appunto.
Stamattina, come al solito, prima di andare a scuola, Dolcezze era in balcone a stendere; contemporaneamente parlava con l'Amica Lettrice, alla quale illustrava, con dovizia di particolari, le ultime prodezze del Cucciolo. Ed ecco che, all'improvviso (e non chiedete come), il telefono, con un guizzo degno di un'anguilla, ha lasciato la comoda posizione orecchio-spalla e, con un doppio o triplo tuffo carpiato, è volato giù dal balcone. All'occhio di una Dolcezze attonita si è presentato lo spettacolo di un apparecchio diviso in 4 parti, con le pile sparse qua e là. Una volta scesa in cortile la vista era ancora più tragica: anche i tasti erano vaganti per l'impiantito...
Dolcezze raccoglie gli amati resti e si prepara ad attribuire loro i doverosi onori per il servizio fedele, quando decide di fare un ultimo tentativo: con un puzzle paziente ricompone l'apparecchio...e funziona. Non chiedete come e perché: dopo un volo da due piani funziona ancora. 
E così Dolcezze potrà evitare il predicozzo dell'Amato Bene. 
A proposito...silenzio di tomba, mi raccomando...

martedì 12 novembre 2019

Di mandaranci e di compliblog (e di Lessico famigliare 17)


"Campammu n'autr'annu. Dicemu un Gloriapatri"*: era la frase della Nonna devota quando, col passare delle stagioni, si trovava a mangiare, per la prima volta nel nuovo anno, una primizia. "Campammu n'autr'annu": è passato un anno, siamo ancora qua e di questo dobbiamo ringraziare Dio. Da qui il Gloria Patri. 
La vita è dono, non è scontata, anche se nella quotidianità non ce ne rendiamo conto. Troppo spesso i giorni si susseguono ai giorni, le settimane alle settimane e i mesi ai mesi in maniera talmente veloce da non farceli percepire e, all'improvviso, ci troviamo vecchi. L'approccio della Nonna era diverso: non un anno in meno da vivere, ma un anno in più vissuto, godendo dei frutti della terra e di tutto quanto ci  viene donato quotidianamente. A lei ho pensato stasera, mangiando il primo mandarancio dell'anno e con lei ho silenziosamente recitato il Gloria Patri. 
E' passato un altro anno, con le sue gioie e i suoi dolori. 
E' passato un altro anno, siamo ancora qua e di questo dobbiamo ringraziare Dio.

*"Abbiamo vissuto un altro anno"

E oggi sono 6 anni che è nato questo blog, piccolissimo, con pochissimi lettori, ma importante per me; grazie a questo spazio in cui, in maniera diretta o indiretta, ho raccontato tanta parte della mia vita di questi 6 anni. Grazie a voi che passate di qua e lasciate un messaggio, grazie a voi che state ad ascoltare leggete i miei pensieri sparsi anche senza commentare perché, anche se spesso ho l'impressione di parlare da sola, mi dà gioia sapere che ci siete.