giovedì 18 agosto 2016

Del pane della memoria


Se mi chiedessero quale sapore evoca in me l’infanzia, non avrei dubbi: il pane della zia.  





Erano grandi pagnotte, che la zia impastava nella grande madia di legno. C’era un rito ben preciso: la zia raccoglieva i capelli in un fazzoletto, indossava un grembiule, faceva il segno della croce e cominciava. Intanto andava a prendere dalla dispensa la tazza bianca e blu, sbreccata, che conteneva il lievito madre (‘a levatina ), prendeva la brocca con l’acqua tiepida, faceva la fontana, al centro scioglieva il lievito con l’acqua e via via incorporava tutta la farina, poco alla volta. Poi cominciava ad impastare, con forza, a lungo, faceva riposare l’impasto, riprendeva la lavorazione, faceva le pieghe, poi “i pugni”…e a questo punto entravo in gioco io, quando ero al paese. Mi alzavo presto per poter partecipare: era il mio momento di festa e, sullo sgabellino, spingevo con forza i miei pugnetti in mezzo a quella massa molle e profumata, che mi si attaccava alle mani e cambiava continuamente forma: ora era un drago, ora era una torta, ora era un castello. Mi sarebbe piaciuto giocarci, ma la zia diceva: “Trattala con rispetto: la pasta è viva e dà vita”.
Poi preparava “il letto”…ed era un letto vero, sul quale venivano poste prima le tovaglie di lino grosso, tessute in casa, poi una spolverata di farina, poi le pagnotte, tutte con sopra incisa una croce, poi altre tovaglie e poi le coperte di lana grezza e dura. E poi si aspettava...il lievito madre richiede tempo e pazienza, non è fatto per i ritmi moderni del tutto e subito.
Poi cominciava la preparazione del forno; si portavano le fascine, si lasciavano bruciare poco a poco, finché i mattoni interni diventavano bianchi. Allora con la pala si spingevano le braci da una parte all’altra, perché tutto il forno avesse la giusta temperatura, e poi si mettevano da canto o si toglievano per introdurre, finalmente, la pasta lievitata. E lì avveniva il miracolo: in breve si spandeva un profumo che faceva venire l’acquolina in bocca e ci mettevamo ad aspettare. I pani uscivano uno alla volta, subito messi in piedi in cesti di vimini coperti di tovaglie a quadretti. Intanto la zia friggeva delle focaccine di pasta lievitata che poi cospargeva di zucchero e mi dava da mangiare calde calde.
Io godevo di quel pane, che ancora sogno di mangiare (bene, bene, sognare pane è di buon auspicio), ma solo ora ho compreso ciò che c’è dietro, ho compreso, soprattutto, la cura richiesta dal lievito madre, che dev’essere coccolato e accudito quasi come un bambino piccolo, che muore se non lo nutri e soffre se è trascurato. 

Da qualche mese ho ripreso la tradizione. La CollegaVicina mi ha dato il lievito madre e anch’io panifico. Anche se la fatica dell’impastare è ridotta dal Bimby, mi piace lavorare la pasta e ho ripreso a fare le pieghe e a “fare i pugni”. 

L’odore che si spande per la casa e il sapore un po’ acidulo del pane riportano alla memoria il ricordo del passato, con il Cucciolo che, con l’eterno stupore dei piccoli, guarda la pagnotta appena sfornata e domanda: “Mamma, ma hai fatto il pane dei Templari?”


 
Questo post partecipa alla raccolta di Agosto di #pilloleistantanee




domenica 14 agosto 2016

Dei piatti della tradizione di casa Dolcezze: arancini siciliani (e Dei misteri del web)


Immaginate che Dolcezze abbia preparato un post (questo) qualche giorno fa e abbia pensato di postarlo per Ferragosto. Immaginate che poi, una mattina, aprendo il blog di Regina, trovi un post identico nel contenuto e rimanga spiazzata. Ora, che lei e Regina si siano conosciute “di pirsona pirsonalmente” è cosa nota, che si siano “ritrovate” come vecchie amiche è una cosa bellissima che già è stata detta, che entrambe abbiano alle spalle famiglie con tradizioni comuni (in fondo siamo entrambe originarie del profondo Sud) è cosa comprensibile e plausibile…ma che, senza alcuna comunicazione reciproca partoriscano post di argomento simile (se non identico, come ora) è quanto meno inquietante.
Dolcezze ha cominciato a formulare pensieri strani: che Regina, quando è venuta, abbia nascosto telecamere nella siepe o microfoni nei vasi dei fiori?  Un sommario esame ha escluso questa ipotesi. Ha forse installato qualche microchip con il quale controlla la mente di Dolcezze?
Nel tentativo di venire a capo dell’intricata matassa, Dolcezze ha chiamato direttamente l’interessata che, ovviamente, è caduta dal pero. Le due hanno quindi cercato una soluzione: annullare il post? Rimandarne la pubblicazione? O piuttosto pubblicarlo così com’era previsto, anche perché un esame più accurato ha rivelato che le due ricette non sono uguali, proprio perché ogni casa ne ha una diversa? Hanno optato per quest’ultima idea e, quindi, a seguire, potete trovare il regalo ferragostano di Dolcezze, ma se volete approfondire l’argomento, vi rimando al post di Regina, ben  più dettagliato e fornito di foto.
Intanto le due si godono questa "corrispondenza d'amorosi sensi", veramente "celeste" e si preparano a nuove sintonie. 

Buon Ferragosto a chi passa di qua!





Tutti conoscono gli arancini siciliani, quel delizioso "street food"  che sta alla Sicilia come la pizza sta a Napoli. Come la pizza anche gli arancini vantano innumerevoli imitazioni e c'è anche una disputa "interna" sul nome e sulla forma: arancino a punta nella Sicilia orientale, arancina tonda in quella occidentale.
In rete trovate migliaia di ricette, ma Dolcezze oggi vi propone quella di casa sua  (e vi dà anche qualche dritta, che nasce dall'esperienza.)

INGREDIENTI:
PER IL RAGU':
 gr 500 di carne di manzo tritata
1 cipolla
sale

gr 200 piselli (anche surgelati)
gr 150 di prosciutto cotto in una sola fetta
gr 300 di provoletta (o mozzarella)

PER IL RISO:
Kg 1 di riso originario o balilla
L 2 di acqua
4 dadi per brodo di carne
2 bustine di zafferano
(gr 200 di burro per mantecare il riso. Dolcezze salta questa parte)

PER LA PANATURA: 
farina, acqua, pangrattato

Intanto occorre fare un ragù ristretto molto semplice: dopo aver soffritto la cipolla, far rosolare la carne, aggiungere la passata di pomodoro, sale e pepe. Poi si lessano dei piselli e si aggiungono al ragù. Il tutto, trasferito in una ciotola, VA MESSO IN FRIGO. Quando è ben freddo, si uniscono prosciutto e provoletta (Dolcezze la preferisce alla mozzarella) Sulle quantità di piselli, prosciutto e formaggio si può variare liberamente ( de gustibus...)
Intanto si mette a bollire l'acqua, a cui si aggiungono i dadi, lo zafferano e, quando bolle, il riso. Si deve girare solo una volta, portare a bollore, rigirare un'altra volta e  lasciar cuocere a fuoco medio finchè tutta l'acqua è assorbita e il riso è cotto. (Mantecare col burro). A questo punto bisogna rovesciarlo sulla leccarda del forno, stenderlo con una spatola e farlo raffreddare un poco.
Quando si può manipolare, è il momento di assemblare gli arancini
A questo punto occorre preparare una pastella piuttosto liquida di acqua e farina e farci rotolare dentro gli arancini, poi passarli nel pangrattato e compattarli bene con le mani.
Fatto ciò sono pronti per la frittura, ma Dolcezze consiglia di lasciarli per un paio d'ore in frigo, prima di friggerli in abbondante olio bollente. Gli arancini devono essere completamente immersi, utilissima a questo scopo  la friggitrice elettrica.

Con questa dose si ottengono 25 arancini a punta. Secondo Dolcezze, una volta che ci si imbarca nella laboriosa preparazione, non è il caso di farne 6! Oltre tutto, se sono troppi, si possono congelare PRIMA DI FRIGGERLI per poi tirarli fuori e ultimare la cottura una sera che non si ha voglia o tempo di cucinare.

Le farciture possono essere varie, a seconda dei gusti (prosciutto, piselli e béchamel,  funghi e béchamel...e persino nutella!), Dolcezze, però, è fedele alla tradizione della casa. 

La ricetta è laboriosa, ma vale lo sforzo. Provateli...e vedrete!

 

venerdì 12 agosto 2016

Dei libri dell'anno 47: Il bambino segreto




Se escludo i tre romanzi di Millennium, questo è il primo giallo “scandinavo”  ( e di questa autrice in particolare) che leggo, quindi non so se, come dice la copertina, è il migliore della serie. Io l’ho trovato un giallo anomalo, ma non mi è dispiaciuto, quindi mi sento di consigliarlo oggi per il Venerdì del libro


In un paesino svedese un vecchio professore di storia, appassionato collezionista di cimeli nazisti, viene trovato brutalmente assassinato. Nel giro di due mesi una dolce casalinga, malata di Alzheimer e sua amica negli anni della prima adolescenza, viene soffocata. Su questi strani episodi indaga una strana squadra di poliziotti, che sembrano l’Armata Brancaleone e che svolgono un’indagine decisamente strana, per un giallista abituato a ben altri standard investigativi. L’autrice, infatti, indulge, decisamente troppo, al racconto delle vicende individuali dei singoli personaggi: il capo, poltrone e mangione, che umanamente si riscatta nel finale, ma che professionalmente vale poco, un collaboratore che cerca di fare il meno possibile e pensa solo al golf, una segretaria desiderosa di maternità e due agenti (gli unici con un po’ d’acume investigativo) in attesa di un figlio. Il vero detective è in congedo di maternità, ma di fatto, è sempre lì a collaborare (ovviamente con bimba al seguito) e l'azione prende le mosse da sua moglie, Erika, che trova dei diari e degli oggetti della madre e comincia una solitaria ricerca sul suo passato.

La storia è interessante e si dipana su due spazi temporali, in quanto i delitti hanno una radice nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, nella quale la Svezia è coinvolta di striscio, ma comunque colpita. La verità si svela poco a poco, ma chi ha un po’ d’intuito capisce già da metà libro dove si vuole arrivare. Nel libro, poi, vengono toccate varie tematiche di stretta attualità, quali la xenofobia, il negazionismo, le coppie omosessuali e i figli di queste. Tanto, forse troppo, anche perché le tematiche, serissime, vengono solo sfiorate e non discusse. Più curata la riflessione sulle origini dell’odio e della violenza, sul bene e sul male, sul “grigio” che, a volte si deve accettare, perché la realtà non è solo “bianco e nero”, se non nei libri. Presente anche la difficile relazione fra padri e figli, le famiglie allargate, le difficoltà adolescenziali…comprenderete che il giallo è lo sfondo ma non il protagonista.

Di fatto questo romanzo è una celebrazione della maternità, già dal titolo: c’è il bambino segreto, la bambina del detective, il bambino della sua ex moglie, i due bambini degli agenti che devono nascere (di uno seguiremo il parto in diretta), i 5 figli della famiglia allargata della cognata del detective e del compagno, le due gravidanze che iniziano durante la storia…insomma, c’è da controllare qual è il tasso di natalità della Svezia!

A ciò aggiungi che nel romanzo tutti mangiano biscotti o cioccolatini al caramello e bevono litri di caffè…da ingrassare solo a leggere!

Nonostante questi appunti, il libro è piacevole e si legge in fretta…ma non chiamatelo giallo, per carità...