lunedì 28 novembre 2016

Del Natale in costruzione 7 e 8: alberello, renna e palla patchwork

Fra meno di un mese è Natale, e Dolcezze quest'anno è molto in ritardo per tutto. Il progetto del Natale in costruzione va avanti, lentamente...ma va avanti e Dolcezze è in grado di mostrarvi le ultime creazioni.  
Per Luglio era previsto il tema era l'albero di Natale e qui, giusto per essere originali, le decorazioni sono due: la prima è questa, abbastanza vista in rete, 


la seconda è in realtà un vecchio UFO, opera di  5/6 anni fa e mai completato, perché aveva la necessità di essere indurito. Grazie alle indicazioni di Rosa, quest'anno ha visto la luce. Dolcezze è stata molto in dubbio se aggiungere qualche bottone come decoraziome, ma poi ha concluso che le piaceva così.

Per il mese di Ottobre il tema era la renna e Dolcezze è tornata all'amato panno lenci
Non la trovate simpaticissima?

E perché non si dica che si produce poco...guardate la nuova palla patchwork, sorella di questa


che ve ne pare? 
Dolcezze, modestia a parte, ne è soddisfattissima, ma ha concluso che, visto che la fattura richiede troppo tempo, per quest'anno non ne farà altre.

venerdì 25 novembre 2016

Dei libri dell'anno 51: Il regalo

Tutto parte da qui e da un'offerta del kindle:




Più che un romanzo è una seduta di psicoterapia, una storia che non riesci a lasciare, finché non sei arrivata in fondo e un libro che hai voglia di rileggere non appena lo hai finito, anche perché ne  hai sottolineato pagine intere.

Un uomo si ritrova sotto la pioggia, zuppo fino al midollo, in una stazione di servizio di un'autostrada, dopo aver cercato, senza riuscirci, di raggiungere la sua macchina, bellissima, nuovissima, amatissima, che gli è stata appena rubata. E' l'inizio di un percorso che lo porterà a precipitare nello sconforto più totale, a fare esperienze sconcertanti, ad analizzare la sua vita e a tornare alla luce.
Immaginate un novello Dante, senza nome, perché, come il Sommo Poeta, ricopre il doppio ruolo di personaggio e simbolo. Giunto nel mezzo del cammino della sua vita, ha una bella casa,  una bella moglie, una deliziosa bambina, un lavoro ben remunerato. Certo, lavora molto perché ha il mutuo da pagare, la moglie è spesso fuori e la bambina dai nonni, il suo impiego non è quello che ha sempre sognato. Tra l'altro ha perso in poco tempo entrambi i genitori e questo ha creato in lui un vuoto doloroso.
Un lunedì come tanti saluta moglie e figlia e parte, ma il suo viaggio non segue il percorso programmato. La perdita della macchina, della valigia, del computer, del telefonino, lo costringe a seguire il suo Virgilio, un musicista che lo conduce in un posto particolare, inquietante, in cui il mondo cammina senza i ritmi consueti, e in cui incontra personaggi strani, un poliziotto con gli occhiali scuri, una pasticciera, una principessa, un bambino zoppo, un costruttore di scivoli e uno di aquiloni...tutte figure senza nome, ma tutte persone serene. 
Sembra quasi di trovarsi in un luogo fantastico, anche perché le case sono con le porte aperte, i bambini studiano economia , esiste il Museo dei Momenti ma, come in ogni paese che si rispetti, c'è anche il cimitero. Questo paese, questa gente come una ragnatela avviluppa l'Uomo, che intanto si scopre essere vittima di una gigantesca truffa, che lo porterà a perdere tutte le sue certezze: la casa, il conto in banca, il lavoro.
Intanto, però, mentre la sua vita va in mille pezzi, lui , anche con l'aiuto del suo Virgilio, riflette sulle occasioni perdute, sui sogni infranti (o per meglio dire mai veramente coltivati), sulla sua sterilità emotiva, sulla logica del profitto, del guadagno, del lavoro che fagocita ogni uomo, creandogli bisogni non necessari, ai piedi dei quali sacrifica il suo bene più prezioso: il suo tempo.
Ha così inizio la sua risalita, la sua riscoperta di ciò che veramente conta: gli affetti, i sogni, la libertà...e non dico oltre perché ho già spoilerato abbastanza.
Aggiungo solo che, anche se le riflessioni proposte non sono certo originali, ti interpellano e ti costringono a pensare a te, alle tue giornate, alla tua vita...e la lettura non ti lascia indifferente.






mercoledì 23 novembre 2016

Dei modi di dire di casa Dolcezze 3

Bastiano, il mezzadro, era tornato nella Grande Casa. Lo aveva accolto il padrone dai grandi baffi, che non poteva essere preso in giro nei conti, perché conosceva le piante una ad una e girava spesso a dorso di mulo per controllare e verificare. Era un buon padrone, che dava a ciascuno il suo, ma non poteva essere ingannato (aveva stivali sporchi di fango e pantaloni di fustagno, perché non disdegnava di andare a lavorare coi coloni e i mezzadri. Era capace di salire sugli alberi e potare le viti e gli ulivi perché "chi striglia il suo cavallo non si chiama mai garzone" e mandava pure i suoi figli in estate a lavorare nei campi coi braccianti perché "chi non sa fare non sa comandare").

Il mezzadro, quindi, era arrivato e aveva cominciato a raccontare, commentare, rendicontare.
Gnà Maria aveva portato il vino, come sempre: due bicchieri e un fiasco.
"Vossia, non c'è bisognu, lassassi perdiri"
"Nenti, Bastianu, nenti"
E Bastiano beve il primo, il secondo , il terzo bicchiere...
Gnà Maria si preoccupa: a pancia vuota, tutto quel vino...prende un vassoio coi biscotti di casa e lo avvicina al mezzadro.
"Vossia, lassassi perdiri" e intanto prendeva i biscotti a pugni e se ne riempiva la bocca e le tasche.

In casa Dolcezze l'espressione è diventata proverbiale per indicare chi, in maniera affettata, finge di non voler accettare un dono di cui invece approfitta bellamente.

venerdì 18 novembre 2016

Dei libri dell'anno 50: Mio fratello rincorre i dinosauri




Ci sono dei libri che leggi d'un fiato e ti restano dentro: ci pensi e ci ripensi e nelle piccole pieghe della quotidianità ne ritrovi parole, gesti ed emozioni. Vale spesso per i romanzi, vale ancora di più per questa storia, che è una storia vera e viva.
C'è un bambino, Giacomo, che ha cinque anni e due sorelle più piccole. Desidera un fratello, per ricostituire la parità, per poter giocare, arrampicarsi, fare le capriole...e finalmente, una sera, i genitori si fermano con la macchina in un parcheggio e annunciano che è in arrivo un bambino, maschio, per giunta. Giacomo comincia a fantasticare, ad immaginare la sua vita con lui, tutte le cose che faranno insieme, anche perché, qualche settimana dopo, i genitori, nello stesso parcheggio, comunicano che sarà un bambino con poteri speciali. Giacomo si interroga quindi sui superpoteri che Giovanni (così proprio lui ha deciso di chiamarlo) avrà. Ma quando Giovanni nasce è strano: ha degli occhi cinesi, una lingua lunga e sempre fuori dalla bocca, dei piedi particolari...crescendo non cammina come gli altri, non parla come gli altri, la mamma lo porta continuamente dal dottore perché lo visiti, ha il collo fragile e non potrà mai fare le capriole. Giacomo non capisce ma si adegua, grazie anche alla meravigliosa famiglia che lo circonda, in cui la presenza di Giovanni non è vista come un "problema", ma come una realtà come le altre. Giacomo scopre per caso da un libro che il fratello ha la sindrome di Down ed è per questo che vive a modo suo, che gioca ossessivamente coi dinosauri, che cammina male e parla male. 
Nel passaggio dalla scuola elementare alla scuola media subentra il rifiuto, la paura del giudizio degli altri e Giacomo diventa il fratello da nascondere, quello che non esiste. 
Sarà un momento terribile (quello in cui lui non è in grado di difendere Giovanni dalla derisione di alcuni bulli in un parco) a dare inizio ad una nuova consapevolezza, al nuovo percorso che porterà Giacomo non a vedere la diversità del fratello, ma a vedere il mondo con i suoi occhi. 
Tutta questa storia è raccontata con delicatezza e senza pietismi, con uno sguardo sincero e talvolta ironico (esilarante la scena della visita alla ASL per l'invalidità) e con tanto amore. Ciò che colpisce, infatti, non è solo il processo di formazione di Giacomo, ma la circolazione d'amore che lega questa famiglia particolare, povera di soldi ma ricca di sentimenti, in cui il padre, interrogato dall'amico d'infanzia, professionista di successo, sul lavoro che fa, risponde con candore: "Il papà".

(per il venerdì del libro)

martedì 15 novembre 2016

Di Peppino e considerazioni a latere

Con le buone maniere si ottiene tutto, decisamente. 
Dolcezze ha vinto la sua lotta con Peppino e, dopo le minacce il lavoro è andato avanti e, finalmente, è stato ultimato, bloccato e indossato.

Scherzi a parte, è stata un'impresa veramente titanica.
Quando Dolcezze raccontava di Peppino era veramente furiosa e, per giunta, poteva dare la colpa solo a sé stessa. La Nonna Devota le aveva insegnato  il diritto e il rovescio, che le avevano permesso di fare parecchie cose ma, a dire la verità, la maglia non l’aveva mai appassionata più di tanto. E’ stata l’Isola Creativa a rinnovare il suo interesse e in questi ultimi anni Dolcezze ha ripreso a sferruzzare. Mai però si era cimentata in punti traforati, finché Rosa non l’ha costretta incoraggiata proponendo sull’Isola Creativa un Cal per la realizzazione dello scialle Peipponen. Quell’incosciente, senza valutare il proprio livello di partenza, le proprie competenze di base e le conoscenze tecniche si è imbarcata nella folle impresa che, appunto, si è rivelata veramente temeraria. Ha scucito cento volte e centouno volte ha rifatto, ha imprecato, perso sonno, si è fatta venire i crampi alle mani dovuti alla scorretta postura, ha inviato benedizioni alla Proffa, sempre disponibile a correggere e istruire …ma non ha mollato e ora può mostrarvi, in tutto il suo splendore, il suo Peppino...


...Peppino e non Peipponen, perché, come l’occhio acuto della severissima Proffa ha individuato da una foto, in tutto quel cuci e scuci il modello ha subito delle variazioni (di cui, ovviamente, Dolcezze non si era assolutamente accorta, figuratevi!) che lo rendono imperfetto decisamente unico.
Dolcezze è molto contenta, e non solo perché lo scialle è bello e perché ha imparato cose nuove (e voi lo sapete che questa è una sua fissazione), ma soprattutto perché non ha mollato.

Da qui è partita la sua riflessione, anche sulla base delle ultime esperienze scolastiche: l’alunno beccato a copiare la versione dal secondo telefonino, l’altro che dinanzi al testo latino dice: “Non ce la posso fare”, l’altra che ha cambiato sezione perché il prof di matematica è troppo severo, l’altro ancora che entra a seconda ora per scansare l’interrogazione, il genitore che giustifica l’ingiustificabile adducendo le motivazioni più varie e non ammettendo l’unica vera: il figlio non vuole studiare…e via discorrendo. 

Peppino non era un obbligo, ma era una sfida alla quale Dolcezze non voleva sottrarsi…e non si è sottratta. Ha avuto la costanza di andare avanti, l’umiltà di riconoscere di avere sbagliato, la pazienza di scucire, la volontà di insistere... e non perché è brava, ma perché è stata educata a non mollare dinanzi alle difficoltà e  a ricominciare sempre da capo, dinanzi ad uno scialle come dinanzi alla vita. “Schiena dritta, testa alta e avanti!” era il motto del Genitore che, quotidianamente, continua a restargli fedele, “Avanti!” continua ad essere il suo motto, e questo ha sempre cercato di insegnare ai suoi figli e ai suoi alunni, ma non sempre ci riesce, anche perché sembra che queste idee non siano più di moda.
I ragazzi pensano che tutto sia loro dovuto, che le difficoltà non ci debbano essere, che tutto debba essere facile e immediato. Spesso non comprendono che un risultato presuppone impegno, applicazione e costanza e in questo troppo spesso sono supportati dalle famiglie. 
Come potranno affrontare le difficoltà della relazione con colleghi e dirigenti se, al primo problema, cambiano classe e /o scuola? Come potranno portare a termine un progetto, restare in ufficio fino a tardi, programmare, progettare, se risulta loro faticoso un impegno che sia appena appena più impegnativo, se fanno fatica ad alzarsi presto, se la responsabilità dei loro fallimenti è sempre da attribuire a qualcun altro?
Quando Dolcezze era studente non si è mai permessa di giudicare un suo docente e, quelle pochissime volte che ci ha provato, è stata fortemente redarguita dai Genitori. Quando ha cominciato ad insegnare, i padri e le madri dei suoi alunni riconoscevano le inadempienze dei figli e le raccomandavano la severità (era molto giovane allora). L’aneddotica ricorda di un alunno salvato a stento dai violenti scappellotti della sanguigna genitrice…ma era il secolo scorso. Oggi i genitori tendono a coprire, giustificare, accusare altri e sta venendo su una generazione di deboli. 
Certo, non si può generalizzare, ma una conferma indiretta arriva quando, dinanzi a colpe ben più gravi di un’impreparazione assistiamo a madri (e padri) che affermano: “Mio figlio non è un mostro! E’ un bravo ragazzo”.

domenica 13 novembre 2016

Dei sommersi e dei salvati




Avevo in programma di scrivere un post farlocco, giusto per ricordare che ieri era il terzo compleanno di questo blog e per dire che non me n'ero scordata, ma che avevo avuto tanto da fare, tra cui una bella cosa (un rendez-vous con l'Amicadisempre, la Testimone, la Compagnadiscuola e l'Amicasaggia) e non ne avevo avuto il tempo. Avevo tutto in mente (i ricordi, i bilanci, i numeri...), ma poi una notizia al telegiornale, una di quelle alle quali ci stiamo ormai abituando, perché sono troppo frequenti e ci siamo ormai anestetizzati, mi ha tolto la voglia di scherzare.

In una delle carrette del mare arrivata sulle nostre coste c'era il cadavere di una giovane donna, vegliata da due bambini, la maggiore di nove anni. Il giornalista non sapeva se i due fossero consapevoli della morte della madre e raccontava che erano stati avviati in un centro di accoglienza come tanti altri minori non accompagnati. Per loro si preparava il solito problema del riconoscimento e della sistemazione, quando, all'interno della tuta del bambino, è stato ritrovato scritto un numero di cellulare. L'operatore ha chiamato e ha risposto il padre, che andrà a riprendere i suoi figli. Il giornalista concludeva che, fra tante, è una storia finita bene.

Ecco, questa storia finita bene mi ha turbato tanto. 
Mio figlio ha nove anni, ma non ha il numero di cellulare del papà scritto all'interno della tuta. Non mi ha mai sfiorato l'idea di scriverlo addosso a lui, perché non ho mai pensavo all'eventualità che rimanga solo e non sappia come contattare la famiglia.
Questa madre, invece, lo ha messo in conto. Ha pensato che ci fosse la possibilità, nemmeno troppo remota, che lei non ce la facesse, che i suoi figli rimanessero da soli. Sicuramente ha fatto raccomandazioni di ogni genere alla figlia "grande", ma anche a lei poteva capitare qualcosa, quindi ha fatto ricorso a questo stratagemma: se anche solo il figlio piccolo si fosse salvato, non avrebbe corso il rischio di restare solo e senza nome.
La lucidità di questa donna, la profondità della sua angoscia e della sua paura ma, nel contempo, il suo "dovere" rischiare la vita per dare un futuro ai suoi figli, mi hanno molto commossa. 

E' facile parlare contro gli immigrati, i profughi e l'invasione degli irregolari, seduti su un divano, con i termosifoni accesi e la pancia piena. Forse dovremmo un po' di più pensare alle tante madri che, se affidano a cestini rivestiti di bitume i loro piccoli, è perché sanno che l'unica speranza di sopravvivenza che hanno è quella di essere, anche loro, nuovi Mosè "salvati dalle acque". 


Stasera, quando darò la buonanotte al mio Cucciolo, in lui darò un bacio a tutti gli altri bambini, i sommersi e i salvati,  e non potrò far altro che chiedere loro perdono.

sabato 5 novembre 2016

Di Peppino e di Penelope



Mio caro, 
è giunto il momento che noi due facciamo quattro chiacchiere:  non posso attendere oltre.
La nostra storia è ad un punto morto. 
Ti ho accolto con gioia ed entusiasmo, ho consacrato a te tutto il mio limitatissimo tempo libero, ti ho pensato notte e giorno, a te ho sacrificato i miei polsi e la mia cervicale. 
Per amore tuo non leggo più, ho tagliato i ponti con gli amici, non esco, i compiti giacciono abbandonati sulla scrivania, il blog langue...perché voglio solo stare con te. 
Tutti si interrogano sulla mia sparizione, ma io non posso parlare di te con nessuno: so che non capirebbero.
Temevo che la nostra storia non sarebbe stata facile: troppe differenze tra noi. 
Sapevo che non eri alla mia portata: troppo grande, troppo bello, con troppe particolarità...ma io sono una che ama mettersi alla prova e, del resto (modestia a parte), difficilmente qualcuno che mi resiste, tranne te, appunto.

Ora basta: o collabori o ti distruggo: E PARLO SUL SERIO. 
Finora non ho mollato giusto perché non amo lasciare le cose a metà e perché non posso accettare di aver sbagliato una scelta. Devi capirmi: non è possibile che io abbia lavorato tanto per te e mi ritrovi sempre allo stesso punto. 
Il ruolo di Penelope non lo accetto più. Sono stufa di scucire e rifare, scucire e rifare, scucire e rifare: ora smettila di opporre resistenza e portiamo a termine questa faccenda, una volta per tutte. 
Mancano solo 10 giri. Ce la posso fare.

La lettera è indirizzata a Peppino, nome familiare per Peipponen, il meraviglioso scialle oggetto del Kal dell'Isola Creativa, col quale Dolcezze combatte da due settimane. Se riuscirà a finirlo ve lo farà sapere, altrimenti ...di lui non rimarrà neanche un filo di lana.