martedì 27 febbraio 2018

Del galletto e della fu gallina

Dal web
Come i più vecchi lettori ricorderanno, un paio d’anni fa giunse in volo nella scalinata adiacente a casa Dolcezze un galletto e, in seguito, una gallina di compagnia. La gallina, a onor del vero, era un po’ vecchiotta e spennacchiata e, ad un certo punto sparì. I vicini chiamarono Polizia, Carabinieri, sguinzagliarono fior di investigatori finché proprio la Genitrice la trovò nel suo giardino, ma notò che la pennuta era veramente acciaccata Da qui si formò l’ipotesi che si fosse allontanata volontariamente, per morire in pace, cosa che, infatti, avvenne un paio di giorni dopo.
Il vicino, però, bramoso di garantire al galletto l’assistenza necessaria (forse una femmina che gli stirasse le piume e provvedesse al suo sostentamento), gli portò un’altra gallina. I due vissero felici e contenti per un annetto, deliziando con il loro canto inquilini e passanti e suscitando la curiosità dei turisti che si chiedevano cosa ci facessero degli animali da cortile in una pubblica via.  A onor del vero se lo chiedevano anche gli inquilini dei palazzi prospicienti, ma legalmente non si era riusciti a far nulla. Un giorno la seconda gallina scomparve e, stavolta, non venne più trovata. Non pago, il vicino ne portò un’altra. Ormai i condomini erano rassegnati: si dormiva fino alle 3 di notte, si adduceva la responsabilità dell’insonnia all’età, al caldo, al freddo, pur di non riconoscere che era tutta colpa del galletto che, ogni mattina, estate e inverno, annunciava, suo more, il sorgere del sole. Finché…
Pomeriggio. Urla e urli disumani. Dolcezze si affaccia e assiste alle conseguenze di un tragico fatto di sangue: un cane aveva aggredito e sbranato la terza gallina.
Finalmente il vicino comprende l’antifona e trasferisce il vedovo inconsolabile in un luogo più consono alle esigenze sue e della popolazione tutta. 

Da allora Dolcezze dorme. Da allora tutti dormono. Ancora tutti si chiedono perché non abbiano assoldato prima un killer per galletti.


venerdì 23 febbraio 2018

Dei libri dell'anno 61: Il signore delle anime


Un immigrato levantino, con moglie e figlio appena nato, straniero e allontanato da tutti per il suo aspetto troppo orientale, duro, diverso, quasi da “lupo”, nonostante sia un medico, che ha studiato in Francia e faccia il possibile per integrarsi: protagonista della prima parte del romanzo è la sua fame, fame di cibo e di denaro, fame di clienti e di integrazione, fame di sicurezza e tranquillità. Ma non sembra neanche un medico: il suo vestito è liso, nessuno lo conosce, lui e la moglie sono soli, senza famiglia, senza storia. Nessun nonno e nessuno zio vanno a far visita alla puerpera e al neonato, nessuno cerca le somiglianze e porta doni.
E poi c’è la fame. Dario fa il possibile per garantire casa e cibo a moglie e figlio, si indebita e comincia a cedere al compromesso, pur di sopravvivere. La sua vita è un continuo prendere a prestito per far fronte a vecchi debiti, una corsa per cercare un paziente danaroso che lo paghi e gli consenta di pagare a sua volta.
Un cliente importante, che riesce a curare per un po’, lo inserisce in un giro finalmente redditizio e poco importa che debba fingere competenze psicanalitiche che non ha, poco importa che sia diventato un abile manipolatore delle coscienze, un “ciarlatano”, come viene definito dai suoi colleghi: è un medico à la page, ha moltissimi pazienti (o per meglio dire clienti), fa una prodigiosa scalata sociale che lo porta a diventare un uomo di successo, con case sontuose e con uno stile di vita sfarzoso. In realtà la sua condizione non muta: intrappolato in un circolo vizioso spende per apparire ricco e appare ricco perché spende, ma è sempre a camminare sul filo del rasoio, in mano a creditori sempre più esigenti. E mentre cresce sempre più nel prestigio sociale, precipita sempre di più nell'abiezione morale, ben consapevole di farlo, sotto gli occhi sempre benevoli e misericordiosi della moglie e sotto quelli ogni giorno più critici del figlio adolescente. Sarà lo scontro fra i due, non solo generazionale (“Solo i genitori non hanno alcun potere sull’anima di un adolescente”) a dominare la seconda parte del romanzo.
“Lui ha sempre avuto da mangiare a sufficienza. E’ per questo che non ci intenderemo mai”, dice Dario alla moglie Clara che lo invita a cercare un punto d’incontro col figlio, e a lui che lo accusa per le sue nefandezze risponde: “Tu mi ferisci, mi strazi, ma io, se occorresse, rifarei tutto daccapo: imbroglierei, tradirei, ruberei, mentirei pur di assicurarti un tozzo di pane, una vita più comoda e persino questa tua probità che mi inchioda”. Dario dà pure una spiegazione alla sua bramosia (“Appartengo ad una stirpe di affamati, che non sono ancora sazi, e che non lo saranno neanche fra mille anni!”) e ritorna il tema del sangue, tanto presente nell’opera della Némirovski ( “Soffriamo solo per il nostro sangue, per il sangue e per la carne che ci hanno generato o che abbiamo generato noi.”)
E se alla fine del romanzo apparentemente Dario ha raggiunto l’obiettivo e ha saziato la sua fame, in realtà perde tutto ciò per cui ha lottato e l’opera si chiude senza speranza, neanche per il figlio, destinato, secondo il padre, allo stesso destino.

dopo tanto tempo, per il Venerdì del libro

mercoledì 21 febbraio 2018

Di lessico famigliare 7



"Se un terremoto durasse tanto!", così urlava la Nonna Devota, madre della Genitrice, se qualcuno non accorreva immediatamente quando lei lo chiamava perché aveva bisogno di qualcosa o se non si era veloci a fare quanto da lei richiesto.  Del resto lei aveva vissuto il terremoto del 1908 ed era pienamente consapevole delle conseguenze di una scossa prolungata.
A questa frase Dolcezze pensa spesso, mooolto spesso e altrettanto spesso la ripete.
Infatti, se esiste una perversa punizione, un rigido contrappasso, una sottile vendetta per l'iperattività di Dolcezze, questa è incarnata esattamente dall'Erede. Ciò che dai comuni mortali è eseguito in un minuto, da lui è realizzato in mezz'ora, ma, dato che per tutte le attività che lo interessano è attivissimo e organizzatissimo, Dolcezze ha concluso che la sua lentezza è funzionale al non fare nulla (o comunque il meno possibile) di quanto richiesto alle sue energie. 
Se lo chiami perché ti porti una bottiglia, fai prima ad andare alla sorgente, se gli chiedi di andare a comprare qualcosa, stai certa che passerà un'ora e tu sarai già uscita tre volte per fare la stessa cosa. Insomma la strategia è chiara: ti prende per sfinimento e fa un decimo di quello che dovrebbe.  Il suo accesso in bagno suscita timore e tremore, la sua vestizione è degna di quella del Giovin Signore, il suo incedere, lento e solenne, ricorda l'avanzare del Re Sole. 
Effettivamente, "Se un terremoto durasse tanto", anche la città meglio costruita crollerebbe. 
Ecco, Dolcezze non è più una città costruita bene: travi arrugginite compaiono qua e là e la sua stabilità non è più una certezza: questo terremoto la sta logorando.

giovedì 15 febbraio 2018

Di scuola: post triste



AVVISO AI NAVIGANTI: il post che vi avviate a leggere è serio, ad alto indice di scoraggiamento e disillusione e nasce da una triste discussione avuta con un amico sere fa.

Maestro elementare, a 65 anni suonati, ha visto svanire il sogno della pensione e si è dimesso. Non ha fatto ricorso a mezzucci salvastipendio, quali il certificato di un medico compiacente o la richiesta di aspettativa, per non andare a lavorare pur mantenendo le sue entrate: ha detto basta e vivrà coi suoi risparmi fino al raggiungimento dell’età giusta della pensione, 67 ANNI e passa. “Non ce la posso fare. Il mio mondo non è più quello dei bambini di oggi. Mi aggiorno, mi informo, ma io sono un uomo della metà del secolo scorso, un uomo primitivo in una navicella spaziale. Non ho più niente da dire. Non parlo più la stessa lingua…e non ce la faccio più. Ho dato tanto alla scuola, ai bambini…ma ora sono arrivato. Vorrei avere un po’ di tempo per me (dopo più di 40 anni di levatacce all’alba, di navi, di treni e di macchine), vorrei poter fare un viaggio in primavera, vorrei non avere più quaderni da correggere e recite di Natale da preparare, prima di finire in qualche ospizio col pannolone”.

Non me ne intendo molto di economia, ma è chiaro che capisco bene che il sistema pensionistico pre-Fornero non è più sostenibile. Quello che, invece, non capisco affatto è come sia possibile mantenere al lavoro (e nell’insegnamento in specie) chi ha ormai esaurito le sue energie, anche perché ne ha impegnate tante in più di 40 anni di attività.
Immagino già le contestazioni: “Ma l’insegnamento non è un lavoro pesante! Non è come lavorare in miniera!” E qui parte la solita tiritera sui 3 mesi di ferie e sul lavorare mezza giornata, su cui non mi esprimo (è una causa persa!), visto che lo stesso Amato Bene, che pur vede che l’impegno scolastico è continuo, con pomeriggi a scuola per le varie attività e con sabati e domeniche a correggere compiti e pianificare lezioni e verifiche, sostiene che LuiLavoraMoltoDiPiù.
Il punto è che non c’è solo un’usura fisica, ma anche un’usura mentale. L’insegnamento è indubbiamente il lavoro più bello del mondo per me (altrimenti non l’avrei scelto), ma la velocità con cui il mondo cambia, i ragazzi cambiano, le famiglie cambiano comporta uno stress difficilmente spiegabile a chi non è del ramo.
A ciò aggiungi la continua svalutazione del lavoro del docente: in un contesto in cui tu vali per quanto guadagni è ovvio che l’insegnante, che guadagna poco, valga poco. Lo provano anche i risibili aumenti dell’ultimo contratto: è vero, siamo tanti, non ci sono soldi, ma è triste che il tanto pubblicizzato “obolo” forse consentirà solo una pizza per tutta la famiglia (di ristorante non se ne parla neanche).
La morte dell’autorità genitoriale ha portato alla perdita di autorevolezza di tutte le istituzioni, la scuola in primis. Se al genitore si è sostituito il genitore-amico, l’insegnante non ha più la stessa aura sociale: in fondo è pagato per fare quello che fa e, quindi, nella logica del cliente che ha sempre ragione lui ha sempre torto: o non comprende il povero fanciullo, o pretende da lui contenuti ormai non indispensabili, visto che esiste la possibilità di trovare in rete tutte le informazioni (che poi l’allievo non abbia più la capacità di decodificare le notizie assunte su internet è un problema secondario), oppure è troppo esigente.
L’essenziale è che lui abbia torto. Ecco che il genitore viene a contestare il voto, o denuncia presunti torti in Dirigenza, o, peggio, malmena il docente colpevole, per non parlare dell’alunno che ha sfregiato l’insegnante solo perché voleva interrogarlo. Povero ragazzo, lei avrebbe dovuto smetterla di vessarlo alla fine del quadrimestre: se l’è cercata.
Si sta perdendo il senso della funzione educativa e sociale della scuola, che è veramente la riproduzione in piccolo della società, si sta perdendo il senso dell’insegnamento, sommersi come siamo da una montagna di scartoffie inutili che fagocitano ore intere, si sta perdendo la bellezza del tramandare saperi ed esperienze, perché il tempo scuola troppo spesso è impegnato in attività certamente utili (alternanza, conferenze, orientamento et similia) che comunque distraggono.
Si sta, soprattutto, perdendo l’entusiasmo perché, se io vivo in una condizione privilegiata, con classi impegnate e attente, non posso non vedere quello che c’è intorno, la progressiva distruzione del sistema scuola, che parte dal Dirigente non più Preside, per continuare con la pseudo valutazione del docente, per finire con l’abolizione del voto di condotta già prospettata dal Ministero.

A riguardo, mi permetto di fornire alle Autorità Superiori altre idee per migliorare i rapporti discenti-docenti-famiglie:
  • eliminazione del voto: in realtà non dice nulla della preparazione dell’alunno, ma è solo fonte di stress per tutti;
  • inizio delle lezioni alle ore 10 e fine alle ore 13,30: sicuramente l’allievo sarà più attento e produttivo, se non è costretto ad odiose levatacce o a restare a scuola quando ha fame;
  • niente compiti in classe, a meno che non siano test a crocette: i saperi si possono verificare in modi meno invasivi, ma non con le interrogazioni, per carità…basta qualche domandina qua e là;
  • niente compiti per casa: si apprende a scuola, se l’insegnante è bravo: non c’è bisogno di ulteriore impegno a casa che impedisca ai fanciulli di occupare i loro pomeriggi in maniera più costruttiva, organizzando tornei di Playstation o maratone di serie tv o anche, in subordine, in sport, inglese e piscina;
  • fine della scuola il 31 maggio e inizio il 1 ottobre, come una volta: giugno e settembre sono i mesi migliori per andare in vacanza a prezzi scontati, per giunta.
In questo modo ne trarrà vantaggio anche l’insegnante che forse, finalmente, a casa non dovrà più correggere montagne di fesserie e a scuola non dovrà ascoltare sempre le stesse cose, potrà evitare di partire in vacanza nel caldo torrido di agosto, quando aerei e alberghi hanno tariffe intoccabili per il suo stipendio e, finalmente, non verrà valutato per il suo lavoro dai risultati dei suoi allievi.