venerdì 23 febbraio 2018

Dei libri dell'anno 61: Il signore delle anime


Un immigrato levantino, con moglie e figlio appena nato, straniero e allontanato da tutti per il suo aspetto troppo orientale, duro, diverso, quasi da “lupo”, nonostante sia un medico, che ha studiato in Francia e faccia il possibile per integrarsi: protagonista della prima parte del romanzo è la sua fame, fame di cibo e di denaro, fame di clienti e di integrazione, fame di sicurezza e tranquillità. Ma non sembra neanche un medico: il suo vestito è liso, nessuno lo conosce, lui e la moglie sono soli, senza famiglia, senza storia. Nessun nonno e nessuno zio vanno a far visita alla puerpera e al neonato, nessuno cerca le somiglianze e porta doni.
E poi c’è la fame. Dario fa il possibile per garantire casa e cibo a moglie e figlio, si indebita e comincia a cedere al compromesso, pur di sopravvivere. La sua vita è un continuo prendere a prestito per far fronte a vecchi debiti, una corsa per cercare un paziente danaroso che lo paghi e gli consenta di pagare a sua volta.
Un cliente importante, che riesce a curare per un po’, lo inserisce in un giro finalmente redditizio e poco importa che debba fingere competenze psicanalitiche che non ha, poco importa che sia diventato un abile manipolatore delle coscienze, un “ciarlatano”, come viene definito dai suoi colleghi: è un medico à la page, ha moltissimi pazienti (o per meglio dire clienti), fa una prodigiosa scalata sociale che lo porta a diventare un uomo di successo, con case sontuose e con uno stile di vita sfarzoso. In realtà la sua condizione non muta: intrappolato in un circolo vizioso spende per apparire ricco e appare ricco perché spende, ma è sempre a camminare sul filo del rasoio, in mano a creditori sempre più esigenti. E mentre cresce sempre più nel prestigio sociale, precipita sempre di più nell'abiezione morale, ben consapevole di farlo, sotto gli occhi sempre benevoli e misericordiosi della moglie e sotto quelli ogni giorno più critici del figlio adolescente. Sarà lo scontro fra i due, non solo generazionale (“Solo i genitori non hanno alcun potere sull’anima di un adolescente”) a dominare la seconda parte del romanzo.
“Lui ha sempre avuto da mangiare a sufficienza. E’ per questo che non ci intenderemo mai”, dice Dario alla moglie Clara che lo invita a cercare un punto d’incontro col figlio, e a lui che lo accusa per le sue nefandezze risponde: “Tu mi ferisci, mi strazi, ma io, se occorresse, rifarei tutto daccapo: imbroglierei, tradirei, ruberei, mentirei pur di assicurarti un tozzo di pane, una vita più comoda e persino questa tua probità che mi inchioda”. Dario dà pure una spiegazione alla sua bramosia (“Appartengo ad una stirpe di affamati, che non sono ancora sazi, e che non lo saranno neanche fra mille anni!”) e ritorna il tema del sangue, tanto presente nell’opera della Némirovski ( “Soffriamo solo per il nostro sangue, per il sangue e per la carne che ci hanno generato o che abbiamo generato noi.”)
E se alla fine del romanzo apparentemente Dario ha raggiunto l’obiettivo e ha saziato la sua fame, in realtà perde tutto ciò per cui ha lottato e l’opera si chiude senza speranza, neanche per il figlio, destinato, secondo il padre, allo stesso destino.

dopo tanto tempo, per il Venerdì del libro

4 commenti:

  1. Interessante! Cosa non fare nella vita per vivere in pace con sé stessi! Grazie per la recensione cara Dolcezze.
    Un abbraccio
    Maria

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  2. Di questa autrice ho letto l'ultima opera, rimasta incompiuta, "Suite francese". Amo la sua scrittura e voglio leggere gli altri romanzi. Questo promette bene. Grazie e complimenti per la recensione

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  3. questa recensione mi ha turbato... non credo leggerò questo libro...
    grazie comunque a te che l'hai scritta.. sei stata molto brava a rendere l'idea..
    :*

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