lunedì 28 agosto 2017

Di borse di fettuccia 7


Fra i ben pochi lavori portati a termine quest'estate da Dolcezze c'è questa borsa di fettuccia.
A dire la verità, durante quest'anno ne ha fatte tante (se avrà tempo prima o poi ve le farà vedere), ma questa ve la mostra subito perché è completamente diversa dalle altre, visto che è fatta ai ferri. Se la guardate attentamente, infatti, vedrete che è lavorata con un semplice punto legaccio.




Dolcezze ha fatto un rettangolo di 20 maglie e poi si è posta il problema: come unire i lati senza creare  ingombri?



Pensa che ti pensa, alla fine ha fatto una specie di cucitura a spina di pesce, che non ha creato alcun orlo interno e ha consentito l'omogeneità della borsa.

Già regalata e apprezzata. 
A voi piace?

venerdì 25 agosto 2017

Dei libri dell'anno 58: Dopo la tempesta




Dopo letture impegnative, oggi per il Venerdì del libro propongo un giallo.
Il “dopo la tempesta” del titolo ha vari significati: ci si riferisce ai resti trovati in un fienile dopo un uragano, ma contemporaneamente alla vita personale della detective che nel corso del romanzo dovrà affrontare ben più di una tempesta personale.
La protagonista, detective di origini amish, si trova a fronteggiare una serie di emergenze: un terribile uragano scoperchia un fienile e porta alla luce i resti mutilati di un giovane sparito trent’anni prima. Nello stesso tempo lei stessa viene accusata della morte di una bimba ferita e dovrà affrontare con il suo compagno scelte difficili. 
Se parliamo di giallo classico non ci siamo molto: anche un lettore poco sveglio capisce subito assassino e movente, ma la struttura del romanzo è comunque interessante e noi seguiamo la detective nell’inchiesta. Grande spazio, come dicevo, è dato alle vicende personali della protagonista, che, tra l’altro, sembra perennemente intenta ad un corso di sopravvivenza: nel corso dell’azione le succede di tutto: le sparano addosso più volte, vola nel vuoto, va a sbattere con la macchina contro un albero…sembra uno di quei telefilm americani in cui si fa grande uso di effetti speciali, solo che qui non ci sono controfigure.
Anche se è un romanzo che appartiene ad una serie, tutti i riferimenti vengono chiariti in breve e quindi veniamo a conoscenza degli antefatti. Ci sono continuamente date informazioni sulla cultura amish, anche se poi son dovuta andare a cercare chi fossero i Mennoniti.
Dimenticavo: dopo aver letto questo libro non riuscirete più a guardare con tenerezza i maialini e avrete un sacro terrore degli animali adulti!

martedì 22 agosto 2017

Della badante

foto dal web

Quando l’aveva conosciuta, bassa e tracagnotta, non le era piaciuta molto. Aveva detto poche parole, si erano accordate per un periodo di prova, aveva acconsentito ad alcune richieste e si era sistemata nella stanza a lei destinata. “Questo è l’armadio per te”. ”Sì, grazie”, ma quando al mattino era arrivata aveva solo una busta di plastica con un cambio dentro, e ogni sera lavava le sue poche cose.
La Genitrice, sempre attenta, aveva capito e con nonchalance le aveva tirato fuori dei vestiti, delle camicie da notte, della biancheria “Ti possono servire? Io ormai non le posso mettere più”. E lei le aveva accolte con gioia e gratitudine perché, come disse poi, era appena rientrata in Italia e non aveva nulla.
Guardandola bene, Dolcezze aveva visto, dietro la lunga treccia e i grandi occhi scuri, un velo di tristezza e la difficoltà del vivere quotidiano. Dall’amica comune aveva conosciuto la sua storia: un marito violento e ubriacone che aveva lasciato al paese, ma al quale doveva mandare soldi, due figli qua da mantenere, perché è difficile trovare lavoro, anche se si cerca un lavoro umile, perché stare con gli anziani non è facile per un giovane e ci vuole l’esperienza di una vita, il dolore di una vita, per accudire dei vecchi che, come tutti i vecchi, tendono a “succhiare” la vita degli altri e a monopolizzarla.
Del primo salario non le è rimasto nulla: lo ha subito speso per l’affitto e per i figli. “E tu?” “Non mi serve nulla: tanto mangio qui” E con pazienza si è adattata a tutte le esigenze della Genitrice, quelle che a volte sono vere e proprie fisime, perché del lavoro ha bisogno.
Anche se capisce l’italiano, lo parla pochissimo: è in trappola, come il Genitore, e come lui rassegnata a non poter comunicare.
Quando ha seguito i Genitori nel Buen Retiro, Dolcezze era preoccupata: la casa piccola, un solo bagno, un’intrusa fra i piedi…e invece lei è stata preziosa e discreta. Sempre presente, ma contemporaneamente invisibile, collaborativa e attenta, ha dato molto da pensare a Dolcezze.

Nelle discussioni (legittime, per carità) sull’integrazione degli stranieri, sul loro “rubare il lavoro agli italiani” e altro, forse dovremmo un attimo riflettere sul fatto che chi arriva qui, nel nostro Bel Paese, non lo fa per il clima gradevole, le bellezze artistiche e la piacevolezza dell’idioma: se non lo fa perché è inseguito da guerra e morte, lo fa perché ha fame.
E per questo ha il diritto di essere accolto e rispettato. Amen.

venerdì 18 agosto 2017

Dei libri dell'anno 57: Quando tutto sarà finito



C’è un ragazzo, Peter, maestro elementare come suo padre e suo nonno, che milita come fante in Russia. Siamo agli inizi dell’invasione e la Germania appare invincibile, ma lui desidera una licenza e l’unica opportunità concessagli è sposarsi per procura con una ragazza sconosciuta, che ha scelto in una sorta di catalogo, perché questo gli consentirà di avere 10 giorni a casa. La ragazza, Katherine, lavora in banca e non sopporta di vivere sotto lo stesso tetto dei suoi genitori, un padre fanatico del Nazismo e una madre molto ambiziosa. A lei il matrimonio, in caso di vedovanza, garantirà la pensione di guerra. Le premesse di questa unione sono pessime, eppure i due imprevedibilmente si innamorano e si promettono amore e fedeltà finché tutto sarà finito. Sembrerebbe, quindi, una storia d’amore, tra l’altro piuttosto stucchevole, in cui si realizza il topos degli amanti separati da peripezie di ogni specie, che poi si ritrovano, finalmente, per il consolatorio happy end.
Niente di tutto ciò.
I due, effettivamente, sono drammaticamente separati. Peter combatte con l’inverno russo, con la fame, i pidocchi, la paura, l’orrore della guerra, la morte dei commilitoni e sopravvive solo nell’attesa di rivedere la sua sposa e il figlioletto nato nel frattempo. La situazione di Katherine è un po’ diversa: grazie ai favori degli amici del padre la condizione sua e della sua famiglia migliora molto: lasciano il loro modesto appartamento per trasferirsi in una splendida casa, hanno pellicce, gioielli, cibo in abbondanza e sono ammessi alle cene più eleganti, ma anche lei vive nell’attesa del ritorno di Peter. 
Ciò che inquieta il lettore è che nessuno si ponga il problema di chi fossero i precedenti proprietari dei beni acquisiti e, anzi, sia ovvio per i protagonisti che le ricchezze degli sporchi Ebrei divengano proprietà dei veri Tedeschi.
Il padre di Katherine è un personaggio veramente brutto: per il proprio tornaconto vende ogni cosa, pure i figli, pronto, alla fine della guerra, a saltare sul carro del vincitore di turno. Terrificante il momento in cui, di fatto, abbandona la figlia nelle mani dei soldatacci russi, senza muovere un dito, così come aveva, di fatto, consegnato alla morte il figlio, approvandone il ritorno al fronte benché malato.
La descrizione della guerra dal punto di vista dei Tedeschi non è cosa nuova, ma è comunque sconvolgente. La scrittrice ci fa sentire il freddo e la fame vissuti dai soldati, ma pure lo scoramento che prende il posto della fiducia incrollabile nella vittoria del Reich e la terribile consapevolezza che i fanti al fronte sono carne da macello.
La tragedia che si abbatte sui due sposi li schiaccia, ma non fa venire meno la loro attesa, per questo il finale è inatteso e spiazzante e ti lascia con l’amaro in bocca: se l’amore non riesce a superare il dolore e a perdonare, allora non c’è molta speranza per il mondo, come per i due Johannes del romanzo, stritolati da una logica perversa di egoismo e interessi personali. 
Con loro, come con Peter e Katherine, muore la speranza e allora tutto è finito, ma veramente finito.

per il venerdì del libro

lunedì 14 agosto 2017

Delle Cronache di Villa Arzilla 21 (al mare)






Il vicino del Buen Retiro è un arzillo ottantenne, attivo e chiacchierone. Viene qui da solo perché la moglie non ama il mare e, in genere, arriva il lunedì per tornare in città il sabato (è decisamente un tipo che va controcorrente).
Qui si occupa del giardino, va in bicicletta, fa lunghe nuotate…e condivide con l’universo mondo le sue scelte televisive, visto che tiene l’apparecchio ad un volume altissimo. 
Ebbene sì, anche lui è un po’ duro d’orecchi. 
Proprio per questa sua caratteristica Dolcezze & family conoscono tutte le tappe del Tour de France e, senza accendere la televisione, apprendono i fatti del giorno.
In occasione del Ferragosto anche la moglie e i figli vengono a villeggiare. Il giorno dell’arrivo della signora la giornata trascorre tra proteste e imprecazioni, dall’una e dall’altra parte: l’una contesta lo stato della casa, l’altro difende a spada tratta la sua libertà vacanziera. Il giorno dopo la donna ha ormai abbandonato la speranza di mettere tutto a posto e l’uomo, finalmente soddisfatto dall’essere riuscito a difendere il suo regno, comincia a preparare il menu ferragostano, di cui è unico organizzatore e referente.

“Allora, Rosina, due chili di braciole, due di costine e due di salsiccia bastano?”
“Chi?”
“Due chili di braciole, due di costine e due di salsiccia bastano?”
“Cosa?”
“DUE CHILI DI COSTINE, DUE DI BRACIOLE E DUE DI SALSICCIA BASTANO?”
“Non capìa”*
“E u suddu saria iò!”**



*Non ho capito
**E quello sordo sarei io


E con ciò auguro a chi passerà di qua una buona festa dell'Assunta, corredata di grigliate e serenità.

lunedì 7 agosto 2017

De senectute

foto dal web

Quando al Liceo aveva studiato Mimnermo e Solone che disquisivano sulla vecchiaia, non aveva avuto dubbi: fra il primo, che la considerava il peggiore dei mali e il secondo che la vedeva come un’occasione per imparare sempre qualcosa di nuovo, ovviamente Dolcezze parteggiava per Solone. Aveva la visione biblica della vecchiaia del giusto, con corona di figli e nipoti e trovava particolarmente affascinante l’idea del senex che tramanda il suo sapere e la sua esperienza e alla fine, esaurito il suo compito di guida, si addormenta serenamente.
Quando alcuni anni fa il Genitore, già ottantenne ma in ottima salute, lamentava la fisiologica diminuzione delle sue forze, lei gli faceva notare come lui avesse la fortuna di vedere i suoi nipoti crescere, a differenza del Nonno, suo padre, che non aveva avuto questa gioia, e gli ricordava Solone: “Più invecchio, più imparo”.
Oggi non lo dice più.
“Senectus ipsa morbus”, ma se è accompagnata da malattie dolorose o mortificanti, allora è peggio della morte. In questi giorni, in cui assiste impotente al rapido e progressivo peggioramento delle condizioni della Genitrice (e alle sue sofferenze senza conforto) e all’ormai totale dipendenza del Genitore dagli altri, Dolcezze è presa da uno scoramento senza fine. 
Se, infatti, invecchiare è un dono, questo nasconde, però, dei frutti avvelenati: alla possibilità di vedere (e veder crescere) i figli dei figli, si contrappone il perdere progressivamente parenti e amici che ti hanno accompagnato nel tuo percorso, al poter dire tutto quello che si pensa si contrappone la solitudine di pomeriggi e serate senza visite e telefonate, alla libertà dal lavoro e al tempo libero si contrappone la mancanza di salute per fare quello che si è desiderato nella giovinezza. Ma l’aspetto peggiore è un altro: è la perdita dell’autonomia e della libertà di scelta, che spesso subentra alla malattia. E se da un punto di vista razionale si deve ringraziare la medicina che ha fatto passi da gigante, non si può, però, non evidenziare che essa non ha allungato all'uomo la vita, ma soltanto la vecchiaia.
E questa porta ad un altro grave limite: la consapevolezza che il proprio cammino è al capolinea e, se pure si è “pronti, con le lampade accese”, si perde di progettualità e si muore già da vivi.

E nel momento in cui la Genitrice, impavida guerriera, dice: "Non ce la faccio più", allora veramente a Dolcezze cominciano a tremare le vene e i polsi.

venerdì 4 agosto 2017

Dei libri dell'anno 56: L'Arminuta




Una ragazzina, alle prese con le prime trasformazioni del suo corpo, si trova all’improvviso catapultata da una bella casa in riva al mare, dal corso di danza e dall’amore esclusivo da figlia unica in un mondo rurale e sconosciuto, in cui lei non ha neanche un nome, ma diventa “l’arminuta” (la ritornata) e deve condividere la stanza (e anche il letto) con tanti fratelli. Il passaggio è traumatico, anche perché lei non era a conoscenza della sua condizione di figlia adottiva e nessuno le spiega perché è stata restituita alla famiglia di origine.
Qui la miseria regna sovrana, la miseria che “è peggio della fame”, come le dice “la madre”(questo è il nome che lei dà a colei che l’ha generata). Qui si mangiano polpette di pane col pane, con la carne “per il cane” si fa il brodo e se non si è veloci a prendere dal piatto si resta digiuni. A ciò si aggiunge un silenzio totale: la madre non parla, il padre non parla, un fratello la detesta, un altro si interessa anche troppo a lei e l’unica presenza forte e bella è la sorella Adriana, una bimba che è già un’adulta, che sa muoversi bene per la spesa e si prende cura del fratellino disabile come una vera donnina.  Alle tante domande nessuno dà risposte (si deve lavorare sodo per mettere insieme il pranzo con la cena!) e l’Arminuta, con due madri vive, è in realtà un’orfana, che soffre l’abbandono e cerca le proprie inesistenti colpe per giustificare quanto è successo. Dopo un primo momento di smarrimento, però, lo spirito di adattamento dei bambini e la vitalità della sorella la aiutano ad entrare in quel mondo antico, in cui ancora le “magare” curano con le erbe e insegnano nuove strade.
Quando la tragedia si abbatte sulla famiglia, la madre non riesce quasi a riprendersi, ma nel contempo il dolore pare risvegliarla da un atavico torpore e comincia a parlare con la figlia senza nome e le spiega di non averla abbandonata, ma solo consegnata ad un futuro migliore.
Ciò che l’Arminuta non si spiega è il perché della “restituzione” e solo Adriana, in un momento di rabbia, le dirà la verità, che nessuno le aveva rivelato perché era veramente dura e anche per il lettore incomprensibile e ingiustificabile. Non posso dire altro per evitare anticipazioni, ma veramente la seconda madre, nonostante la sua generosità, non fa una bella figura e il suo comportamento costringe a porsi domande sulle motivazioni che spingono alla scelta dell’adozione: è amore gratuito o una scelta egoistica? E’ dono o desiderio di possesso?
La realtà del paese è tratteggiata con vivida chiarezza, ma vengono evidenziate anche le tradizioni, l’umanità e il senso di appartenenza che la caratterizzano. E’ un mondo antico, non certamente idilliaco, ma in cui c’è ancora una comunità (evidente nel momento del lutto), in contrapposizione ad una città di mare che, pur essendo vicina in termini di chilometri, è lontanissima per cultura e abitudini.
Bel romanzo, da leggere e meditare.

per il Venerdì del libro di Homemademamma