lunedì 14 agosto 2017

Delle Cronache di Villa Arzilla 21 (al mare)






Il vicino del Buen Retiro è un arzillo ottantenne, attivo e chiacchierone. Viene qui da solo perché la moglie non ama il mare e, in genere, arriva il lunedì per tornare in città il sabato (è decisamente un tipo che va controcorrente).
Qui si occupa del giardino, va in bicicletta, fa lunghe nuotate…e condivide con l’universo mondo le sue scelte televisive, visto che tiene l’apparecchio ad un volume altissimo. 
Ebbene sì, anche lui è un po’ duro d’orecchi. 
Proprio per questa sua caratteristica Dolcezze & family conoscono tutte le tappe del Tour de France e, senza accendere la televisione, apprendono i fatti del giorno.
In occasione del Ferragosto anche la moglie e i figli vengono a villeggiare. Il giorno dell’arrivo della signora la giornata trascorre tra proteste e imprecazioni, dall’una e dall’altra parte: l’una contesta lo stato della casa, l’altro difende a spada tratta la sua libertà vacanziera. Il giorno dopo la donna ha ormai abbandonato la speranza di mettere tutto a posto e l’uomo, finalmente soddisfatto dall’essere riuscito a difendere il suo regno, comincia a preparare il menu ferragostano, di cui è unico organizzatore e referente.

“Allora, Rosina, due chili di braciole, due di costine e due di salsiccia bastano?”
“Chi?”
“Due chili di braciole, due di costine e due di salsiccia bastano?”
“Cosa?”
“DUE CHILI DI COSTINE, DUE DI BRACIOLE E DUE DI SALSICCIA BASTANO?”
“Non capìa”*
“E u suddu saria iò!”**



*Non ho capito
**E quello sordo sarei io


E con ciò auguro a chi passerà di qua una buona festa dell'Assunta, corredata di grigliate e serenità.

lunedì 7 agosto 2017

De senectute

foto dal web

Quando al Liceo aveva studiato Mimnermo e Solone che disquisivano sulla vecchiaia, non aveva avuto dubbi: fra il primo, che la considerava il peggiore dei mali e il secondo che la vedeva come un’occasione per imparare sempre qualcosa di nuovo, ovviamente Dolcezze parteggiava per Solone. Aveva la visione biblica della vecchiaia del giusto, con corona di figli e nipoti e trovava particolarmente affascinante l’idea del senex che tramanda il suo sapere e la sua esperienza e alla fine, esaurito il suo compito di guida, si addormenta serenamente.
Quando alcuni anni fa il Genitore, già ottantenne ma in ottima salute, lamentava la fisiologica diminuzione delle sue forze, lei gli faceva notare come lui avesse la fortuna di vedere i suoi nipoti crescere, a differenza del Nonno, suo padre, che non aveva avuto questa gioia, e gli ricordava Solone: “Più invecchio, più imparo”.
Oggi non lo dice più.
“Senectus ipsa morbus”, ma se è accompagnata da malattie dolorose o mortificanti, allora è peggio della morte. In questi giorni, in cui assiste impotente al rapido e progressivo peggioramento delle condizioni della Genitrice (e alle sue sofferenze senza conforto) e all’ormai totale dipendenza del Genitore dagli altri, Dolcezze è presa da uno scoramento senza fine. 
Se, infatti, invecchiare è un dono, questo nasconde, però, dei frutti avvelenati: alla possibilità di vedere (e veder crescere) i figli dei figli, si contrappone il perdere progressivamente parenti e amici che ti hanno accompagnato nel tuo percorso, al poter dire tutto quello che si pensa si contrappone la solitudine di pomeriggi e serate senza visite e telefonate, alla libertà dal lavoro e al tempo libero si contrappone la mancanza di salute per fare quello che si è desiderato nella giovinezza. Ma l’aspetto peggiore è un altro: è la perdita dell’autonomia e della libertà di scelta, che spesso subentra alla malattia. E se da un punto di vista razionale si deve ringraziare la medicina che ha fatto passi da gigante, non si può, però, non evidenziare che essa non ha allungato all'uomo la vita, ma soltanto la vecchiaia.
E questa porta ad un altro grave limite: la consapevolezza che il proprio cammino è al capolinea e, se pure si è “pronti, con le lampade accese”, si perde di progettualità e si muore già da vivi.

E nel momento in cui la Genitrice, impavida guerriera, dice: "Non ce la faccio più", allora veramente a Dolcezze cominciano a tremare le vene e i polsi.

venerdì 4 agosto 2017

Dei libri dell'anno 56: L'Arminuta




Una ragazzina, alle prese con le prime trasformazioni del suo corpo, si trova all’improvviso catapultata da una bella casa in riva al mare, dal corso di danza e dall’amore esclusivo da figlia unica in un mondo rurale e sconosciuto, in cui lei non ha neanche un nome, ma diventa “l’arminuta” (la ritornata) e deve condividere la stanza (e anche il letto) con tanti fratelli. Il passaggio è traumatico, anche perché lei non era a conoscenza della sua condizione di figlia adottiva e nessuno le spiega perché è stata restituita alla famiglia di origine.
Qui la miseria regna sovrana, la miseria che “è peggio della fame”, come le dice “la madre”(questo è il nome che lei dà a colei che l’ha generata). Qui si mangiano polpette di pane col pane, con la carne “per il cane” si fa il brodo e se non si è veloci a prendere dal piatto si resta digiuni. A ciò si aggiunge un silenzio totale: la madre non parla, il padre non parla, un fratello la detesta, un altro si interessa anche troppo a lei e l’unica presenza forte e bella è la sorella Adriana, una bimba che è già un’adulta, che sa muoversi bene per la spesa e si prende cura del fratellino disabile come una vera donnina.  Alle tante domande nessuno dà risposte (si deve lavorare sodo per mettere insieme il pranzo con la cena!) e l’Arminuta, con due madri vive, è in realtà un’orfana, che soffre l’abbandono e cerca le proprie inesistenti colpe per giustificare quanto è successo. Dopo un primo momento di smarrimento, però, lo spirito di adattamento dei bambini e la vitalità della sorella la aiutano ad entrare in quel mondo antico, in cui ancora le “magare” curano con le erbe e insegnano nuove strade.
Quando la tragedia si abbatte sulla famiglia, la madre non riesce quasi a riprendersi, ma nel contempo il dolore pare risvegliarla da un atavico torpore e comincia a parlare con la figlia senza nome e le spiega di non averla abbandonata, ma solo consegnata ad un futuro migliore.
Ciò che l’Arminuta non si spiega è il perché della “restituzione” e solo Adriana, in un momento di rabbia, le dirà la verità, che nessuno le aveva rivelato perché era veramente dura e anche per il lettore incomprensibile e ingiustificabile. Non posso dire altro per evitare anticipazioni, ma veramente la seconda madre, nonostante la sua generosità, non fa una bella figura e il suo comportamento costringe a porsi domande sulle motivazioni che spingono alla scelta dell’adozione: è amore gratuito o una scelta egoistica? E’ dono o desiderio di possesso?
La realtà del paese è tratteggiata con vivida chiarezza, ma vengono evidenziate anche le tradizioni, l’umanità e il senso di appartenenza che la caratterizzano. E’ un mondo antico, non certamente idilliaco, ma in cui c’è ancora una comunità (evidente nel momento del lutto), in contrapposizione ad una città di mare che, pur essendo vicina in termini di chilometri, è lontanissima per cultura e abitudini.
Bel romanzo, da leggere e meditare.

per il Venerdì del libro di Homemademamma