lunedì 7 agosto 2017

De senectute

foto dal web

Quando al Liceo aveva studiato Mimnermo e Solone che disquisivano sulla vecchiaia, non aveva avuto dubbi: fra il primo, che la considerava il peggiore dei mali e il secondo che la vedeva come un’occasione per imparare sempre qualcosa di nuovo, ovviamente Dolcezze parteggiava per Solone. Aveva la visione biblica della vecchiaia del giusto, con corona di figli e nipoti e trovava particolarmente affascinante l’idea del senex che tramanda il suo sapere e la sua esperienza e alla fine, esaurito il suo compito di guida, si addormenta serenamente.
Quando alcuni anni fa il Genitore, già ottantenne ma in ottima salute, lamentava la fisiologica diminuzione delle sue forze, lei gli faceva notare come lui avesse la fortuna di vedere i suoi nipoti crescere, a differenza del Nonno, suo padre, che non aveva avuto questa gioia, e gli ricordava Solone: “Più invecchio, più imparo”.
Oggi non lo dice più.
“Senectus ipsa morbus”, ma se è accompagnata da malattie dolorose o mortificanti, allora è peggio della morte. In questi giorni, in cui assiste impotente al rapido e progressivo peggioramento delle condizioni della Genitrice (e alle sue sofferenze senza conforto) e all’ormai totale dipendenza del Genitore dagli altri, Dolcezze è presa da uno scoramento senza fine. 
Se, infatti, invecchiare è un dono, questo nasconde, però, dei frutti avvelenati: alla possibilità di vedere (e veder crescere) i figli dei figli, si contrappone il perdere progressivamente parenti e amici che ti hanno accompagnato nel tuo percorso, al poter dire tutto quello che si pensa si contrappone la solitudine di pomeriggi e serate senza visite e telefonate, alla libertà dal lavoro e al tempo libero si contrappone la mancanza di salute per fare quello che si è desiderato nella giovinezza. Ma l’aspetto peggiore è un altro: è la perdita dell’autonomia e della libertà di scelta, che spesso subentra alla malattia. E se da un punto di vista razionale si deve ringraziare la medicina che ha fatto passi da gigante, non si può, però, non evidenziare che essa non ha allungato all'uomo la vita, ma soltanto la vecchiaia.
E questa porta ad un altro grave limite: la consapevolezza che il proprio cammino è al capolinea e, se pure si è “pronti, con le lampade accese”, si perde di progettualità e si muore già da vivi.

E nel momento in cui la Genitrice, impavida guerriera, dice: "Non ce la faccio più", allora veramente a Dolcezze cominciano a tremare le vene e i polsi.

8 commenti:

  1. Cosa aggiungere?
    Io vivo il dramma di mia madre colpita dall' Alzheimer e di mio padre che si attacca a lei come mai in più di 60 anni di amore.
    Le mie zie, in salute, ma pur sempre approdate a una veneranda età,le vedo prive di stimoli perché la vecchiaia toglie il senso vero della vita che è la progettualità.
    E allora non resta che affidarsi a Dio perché accompagni i nostri cari in questo ultimo periodo confortandoli e cullandoli con il Suo infinito amore.
    Io non posso fare altro che soffrire con e per loro.

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  2. E' proprio vero tutto quello che hai scritto. Sottoscrivo in pieno.
    Mi dispiace proprio tanto per le condizioni dei tuoi genitori. Ti sono vicina,
    Rosa

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  3. Come tua madre, anche tu sei una grande lottatrice. Ma persino i più impavidi guerrieri hanno diritto al riposo... e le ondate di caldo sono terribili per gli anziani, anche per quelli che amano il caldo. Per chi è legato a loro da nodi che non possono essere sciolti diventa tutto più difficile.
    Ti abbraccio, ché altro non posso fare.

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  4. Si può forse dissentire? Proprio no. Capisco, anche perché vivo una situazione non proprio paradisiaca sotto il profilo della salute dei miei. Coraggio, dai!

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  5. Hai scritto tutto tu. E facendo mie anche le osservazioni e i commenti di chi mi ha preceduto anche io ti abbraccio forte.

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  6. ...ma avere te, di fronte e al finaco, regala di sicuro un sorriso e un legaccio in più alla vita... Ti abbraccio

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