Della festa della Madonna
Ci sono giorni in cui le assenze pesano di più, in cui la memoria, che a volte fatica a tener dietro a nomi e cose, decide che è il momento di portare a galla ricordi sepolti nelle profondità del tempo, storie di bambini, giochi in cortile coi cugini...e pranzi di festa.
La Madonna della Lettera, patrona della città, e S. Pietro e Paolo, onomastico della Nonna e dello Zio, erano i giorni di festa di giugno, quelli in cui la famiglia si riuniva e la casa era piena della gioiosa confusione di fratelli, sorelle, cognati e nipoti di tutte le età che per niente al mondo avrebbero saltato l'evento: la festa, appunto. E per queste due ricorrenze c'era il menu fisso: la ghiotta di pescespada, con cui condire la pasta "margherita" (quella che oggi si chiama spaccatelle). "Gli altri tipi non vanno bene: vedi? Questa "raccoglie" il sugo, imprigiona i capperi e le olive...per questo è più buona." Il sugo sobbolliva dal mattino, nella grande pentola di alluminio ("perché nell'alluminio il sugo non attacca"), avvolgendo gli spiedi di braciole di pescespada e i pezzi di polpa, che assorbivano il condimento grasso, ricco e saporito.
Anche il dolce era fisso: gli "nzuddi", possibilmente quelli bianchi, "della Madonna", ma non sarebbero mancati gli "schiumoni", i "pezzi duri" di gelato che lo Zio avrebbe tagliato in quattro spicchi, rivelando all'interno della calotta di fragola, cioccolato, torrone o caffè il cuore bianco di panna e scaglie di cioccolato, ricoperto da un velo sottile di pandispagna.
C'era un rituale ben preciso: lo Zio, come un chirurgo, cominciava a dare ordini: "Il coltellaccio!" "Un bicchiere alto pieno d'acqua fredda!" Intingeva quindi la lama nel bicchiere e procedeva al taglio. E insieme arrivavano i piattini d'acciaio con sopra la carta smerlata, mentre noi bambini, IMpazientemente, attendevamo il nostro turno con la palettina in mano. I piattini giravano sotto gli occhi vogliosi, finchè arrivavano a noi piccoli, che andavamo a rifugiarci in balcone, sotto la tenda, dove c'era il nostro "tavolo da pranzo", visto che in sala non saremmo entrati tutti. E qui ci divertivamo senza le regole e bevevamo spuma e chinotto senza controllo, facendo uscire le bollicine dal naso.
Il cumulo di queste memorie mi è sceso addosso mentre preparavo, a mia volta, la ghiotta in questo giorno di festa.
Non ho la "margherita", ma le caserecce svolgeranno egregiamente il loro dovere, Nonna. Ho pure comprato gli nzuddi, sono andata a Messa, oggi pomeriggio andrò alla Processione, ma quella festa si è spostata Altrove, dove tutti ora vivono nella Luce.
Io, intanto, cerco di portare avanti le tradizioni, ricordo tutti e sono grata di quello che ho ricevuto in dono, ma la nostalgia è una compagna feroce.
Commenti
Posta un commento