Delle tradizioni di Natale

foto dal web


Nella mia infanzia il Natale cominciava il giorno dell’Immacolata. Papà tirava fuori dal ripostiglio una valigetta che un tempo aveva contenuto un copriletto del corredo della mamma e un fustino di cartone del Dixan, tondo, non come ora “salvaspazio”. Veniva svuotata la consolle dell’entrata e cominciava la preparazione del Presepe. In origine c’era solo la Sacra Famiglia e uno zampognaro, poi, via via, anno dopo anno, la popolazione era aumentata, accompagnata da un nutrito gregge di pecore e un buon numero di animali da cortile. Papà aveva costruito una grotta, rivestendo di sughero una scatola di legno e su quella aveva piantato un chiodo dal quale penzolava l’angelo che annunciava Gloria in excelsis Deo. Uno specchio faceva da lago e un ponticello lo attraversava “Ma le pecore perché passano da qui? Non potrebbero fare il giro?” “È un segno: Gesù è un ponte!” A dire il vero non c’era una grande proporzione: lo zampognaro era ben più alto degli altri pastori e il flautista piccolissimo. C’era  anche qualche incongruenza: “Ma com’è possibile che quando è nato Gesù ci fossero gli stivaletti che quest’uomo sta lavorando: la gente portava i sandali!” “ Perché Gesù nasce ogni giorno nella nostra vita” E così,  tra una domanda e un pastorello,  si faceva catechesi. I pastori non erano mai fermi: o cadevano al primo passaggio o quando vibrava l’intermittenza delle luci. A volte andavano pure a spasso e ricomparivano nei posti più vari. La base del Presepe non era un rotolo verde sintetico, ma muschio vero, preso in giardino da Papà. E poi c’era la neve, tanta neve, tantissima neve. La Nonna ogni mattina spargeva borotalco  e per l’Epifania, quando tutto tornava nella valigia, non si distinguevano più i lineamenti dei pastori e occorreva pulirli con lo spazzolino perché tornassero visibili.

L’albero arrivò più tardi (del resto non era una tradizione nostra) ed era piccolissimo, non penso più alto di 60 cm, ma con la punta sembrava più alto. Perché fosse visibile da fuori, veniva appoggiato su una sedia, sulla quale era appoggiato il famoso fustino di detersivo decorato col faccione di Babbo Natale, che aveva barba e capelli di cotone idrofilo, esempio della creatività infantile mia e di mia sorella. Sopra questo fustino veniva legato l’albero  ma, come facilmente comprensibile, aveva un equilibrio estremamente instabile e cadeva continuamente. Questo provocava la morìa delle palline che, ahimè, erano di vetro: ogni caduta raccattavamo i cocci, bene attente a non tagliarci, e le facevamo sparire, convinte che nessuno se ne sarebbe accorto. Resistevano solo le ghirlande di luci colorate che, come ricorda Murasaki, avevano le forme più strane: ghiaccioli, fiocchi di neve, fiori e le mie preferite: delle meravigliose lanterne che, essendo di plastica,  non si rompevano. Resisteva, per lo stesso motivo,  anche un uccellino. C’erano poi dei grossi “boa” colorati,  che ogni anno si spelacchiavano un po’ mentre venivano avvolti e riposti. Il fustino per tutto l’anno accoglieva il necessario per l’albero e la domanda fissa era come fosse possibile che le ghirlande di luci, avvolte accuratissimamente l’Epifania precedente venissero poi trovate tutte ingarbugliate per l’Immacolata successiva. La prima occupazione di Papà era quella di sbrogliarle, la seconda quella di sostituire i millemila “pisellini”, cioè le minuscole lampadine che pareva si divertissero a fulminarsi. C’erano le lucine buone, che si spegnevano senza fare altri danni (a parte il buio, ovviamente) e quelle malvagie, che impedivano l’accensione dell’intera ghirlanda. A quel punto Papà,  con certosina pazienza, le provava una per una, finché non trovava la colpevole. Quando tutto era a posto, allora si procedeva all’accensione dell’albero. 

Ultimati albero e Presepe, finalmente si dava inizio alle tombole e alle giocate a carte, rigorosamente con puntate di 5 e 10 lire, “perché giochiamo per divertirci e non per fare soldi” ma poi ogni perdita diventava una tragedia.  E fra una giocata e l’altra si prendevano le “scacce”: frutta secca, noci, nocciole mandorle e castagne infornate. “ E che? Non lo fai il torrone?”

Ma questa è un’altra storia.



blogmas 2021 creato da lacreativeroom.com

Commenti

  1. I tuoi ricordi natalizi somigliano moltissimo ai miei e leggendo mi è sembrato di esserne il protagonista; delle lucine ho anche qualche brutto ricordo, perché capitava che provocano un mezzo corto circuito alla prima accensione.
    Per il presepe anche per me muschio vero con felcine al seguito.
    👏🏻👏🏻👏🏻😀

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Pubblicando questa storia anche sui social, ho capito che si tratta veramente di un ricordo condiviso. Da quando il Natale è diventato altro?

      Elimina
    2. Da quando il Natale è diventato un altro? Noi che abbiamo vissuto nella scuola dovremmo saperlo....

      Elimina
  2. Un dolcissimo racconto, ma quelle lucine...credo che le avessimo tutti!!!!
    Barbara

    RispondiElimina
  3. Eh sì, il corto circuito al momento di infilare la spina era un must per noi. Si aggiunga che mio padre era un elettricista, e quindi si metteva pure a riparare la ghirlanda. Era di gran lunga la parte più delicata della cerimonia dell'addobbo, e la mia anima consumista ogni tanto meditava sulla possibilità di buttare via le due ghirlande incriminate e comprarne altre, ma non ho mai osato proporlo.
    L'alternativa volendo c'era, ma a nessuno venne mai in mente. Un anno però un'amica ci accolse con un vero albero con vere candeline, che furono accese una ad una prima di andare a tavola. Apprezzai molto la filologia (del resto era appunto una cena di filologi) ma ricordo una certa apprensione per tutta la sera, ed è uno dei pochi esperimenti natalizi che non ho MAI tentato.

    RispondiElimina

Posta un commento