venerdì 28 febbraio 2014

Dei misteri editoriali (o Dei libri dell'anno 5)

Oggi, come al solito, dovrei presentare qualcosa per il venerdì del libro, e io, in effetti, avrei finito un romanzo, ma non me la sento proprio di consigliarlo. 
Per non lasciarvi nel dubbio...ho letto "La voce silenziosa del vento" di Clara Sanchez, opera celebrata da pubblico e critica, come il precedente "Il profumo delle foglie di limone" ma che, come il precedente, non mi ha detto nulla. 
E questo mi fa riflettere sui misteri dell'editoria, che ancora mi devono essere svelati.
Io non riesco a capire come sia possibile che dei libri bellissimi, scritti benissimo, carichi di messaggi validi e importanti rimangano nell'ombra e libri modesti, confusi e, diciamocelo, inconcludenti, abbiano un successo strepitoso. 
Non sto a parlarvi di questo romanzo, con il quale ho cominciato l'anno e che ho letto con fatica e finito solo perché volevo capire dove andasse a parare. Vi dico solo che, per capire di che si parlava ci son volute 150 pagine e il tutto andava avanti con una lentezza esasperante. Poi un guizzo mi aveva illuso di un cambiamento di rotta, ma poi, ovviamente, ci siamo persi di nuovo, con un happy end insignificante. E dire che lo spunto era buono, ma la tecnica non è riuscita a seguire all'idea. 

Ok, sono un mostro. Meno male che la Sanchez non leggerà mai questa stroncatura.


Andiamo, invece, ad un libro che ho trovato meraviglioso e che, invece, consiglio di cuore, anche se non è un libro facile. 



Si tratta di "La ballata di Iza" di Magda Szabò, romanzo letto quest'estate e che meriterebbe una più ampia diffusione. E' la storia di due donne, una madre e una figlia, che vivono due vite completamente diverse. La prima, donna semplice, vive in campagna con lo sposo con cui ha condiviso una vita difficile, l'altra, medico affermato che vive nella grande città, è una donna di algida perfezione.  La situazione precipita quando, morto il padre, Iza decide di portare la madre con sé in città, offrendole una situazione ottimale sul piano del confort, ma abbandonandola ad una straziante solitudine e, soprattutto, allo straniamento derivante dall'allontanamento da quella che era la sua vita, la sua casa, le sue cose. La madre, che adora la figlia, cerca di adattarsi, non vuole darle fastidio, ma , inevitabilmente, sbaglia in qualunque sua scelta. Fino al doloroso, ma lucido, epilogo, da cui la perfetta Iza uscirà dilaniata. 

Questo romanzo mi ha molto colpita, soprattutto in quanto figlia di genitori anziani e acciaccati e con il pensiero costante di come favorirli al meglio.  Nella difficile situazione che ha colpito i miei genitori spesso ho cercato situazioni "razionali" e che, secondo me, erano giuste, ma mi son sempre scontrata con abitudini e "fissazioni" che cercavo di combattere. 
Ecco, questo libro mi ha aiutato a capire che quelle che io giudicavo "fisime" in realtà per loro erano "Vita" e non potevo togliergliele. 

Anche questo insegna la letteratura, quando è buona.

lunedì 24 febbraio 2014

Del Carnevale (o di come ti travesto il Cucciolo )




Carnevale è alle porte.

Considerata la mia particolare attitudine all'arte coreutica, vi lascio immaginare quanto, anche in anni passati (cioé senza truppe al seguito),io abbia amato questa festa nella sua dimensione danzante. Più congeniale a me, invece, la passione per il travestimento e per la creazione di abiti particolari, supportata in questo da genitrice e zie varie disponibili ad assecondare i deliri che mi caratterizzavano (ahimé!) anche in giovane età.
Ho sempre cercato, ad esempio, l'abito originale e solo una volta ho indossato un costume "tradizionale" da Pierrot, ma "al contrario" (mi dovevo distinguere, no?). Una volta, sfruttando una camicia da notte, una sottogonna di pizzo della bisnonna e un copricassa di cretonne a fiori, mi sono travestita da Mamy di "Via col vento", con tanto di cucchiaione di legno e, ovviamente, truccata con un fondotinta scurissimo. Un altro anno ho fatto un costume da rivoluzionaria francese e, un altro ancora, da Giunone, con tanto di fulmine. 

Questa tediosa premessa per giustificare il fatto che anche il Cucciolo subisce i miei" attacchi" di arte carnascialesca e da un paio d'anni indossa (ahimé per lui!) abiti inventati e costruiti con materiali di recupero.
L'anno scorso ha rimediato un vestito da Pirata fatto con una mia bellissima camicia di seta. Quest'anno il poverino subisce ...il Bassotto!


L'idea parte dal diario di scuola, illustrato con i personaggi di Topolino. 
Alla fin fine, cosa indossa un Bassotto? Dei jeans-tuta e un lupetto rosso, un berretto blu e, ovviamente, i numeri di matricola.

I jeans e il lupetto li avevamo già dalla recita di Natale ed ecco che, con una spesa di 3 euro (il cappello) e 1 euro (la mascherina),abbiamo creato un vestito di Carnevale carino, originale, economico e totalmente riutilizzabile (e di questi tempi non è poco!)...
 


P.S. Non vi chiedo più se vi piace l'idea e la realizzazione...l'ultima volta che l'ho fatto la mia commentatrice più fedele mi ha stroncato...


“Con questo post partecipo al Linky Party by Topogina” 

venerdì 21 febbraio 2014

Della lentezza e della velocità (alias Dei libri dell'anno 4)




Pensavo di non farcela oggi a partecipare al venerdì del libro di homemademamma, ma il testo proposto da Paola questa settimana mi "costringe".

Io sono veloce.
Apro velocemente gli occhi al mattino e li chiudo altrettanto velocemente alla sera. Sono veloce a leggere, a scrivere, a camminare, a cucinare, anche a lavarmi e vestirmi (ma con tre figli è un obbligo). Questo perché, come ricorderete, odio perdere tempo, visto che ho tante cose belle da fare. 
La mia natura, però, mi crea qualche problema, perché il mondo(e soprattutto il mio mondo)spesso ha una visione sull'argomento totalmente opposta alla mia. 
L'Erede, per esempio, è il modello, l'incarnazione,la quintessenza della lentezza: si alza lentamente, staziona in bagno per così tanto tempo che ci chiediamo se non sia già uscito da casa, impiega mezz'ora a compiere un percorso che a me richiede 3 minuti e dedica molto, molto tempo all'otium, sostenendo, per giunta, di avere grandi modelli letterari.

Immaginate, quindi, la curiosità con la quale ho iniziato a leggere "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza".  
Si tratta di un libro che, come il precedente di cui ho parlato qui,sotto le forme della favola ci induce a profonde riflessioni. 
E' la storia di una giovane lumaca che non si accontenta, come le sue compagne, di vivere nella sicurezza della tana e delle abitudini, né accetta di essere chiamata "Lumaca", come tutte le altre, ma vuole conoscere il suo nome e il perché della sua lentezza. Il suo "fare domande" infastidisce chi si accontenta della sua quotidianità, tanto che lei decide di partire, per scoprire sé stessa. Nel suo viaggio incontra un vecchio gufo e poi una tartaruga, Memoria, che le dà un nome, Ribelle, e le mostra il pericolo che incombe sugli animali del prato. Ribelle, allora, decide di tornare indietro per dare l'allarme e, siccome è lenta, nel tragitto incontra tanti animali diversi a cui dà le sue informazioni e che, se andasse veloce come i conigli, non avrebbe neanche visto. Arrivata nella sua colonia, non viene creduta da parte del gruppo, che non si fida della sua inesperienza  e del fatto che non ha un piano ben preciso e parte con le lumache giovani, che accettano il rischio, per un viaggio che, pur con gravi perdite, la porterà a capire che la bellezza e la sicurezza che cerchiamo è in realtà dentro di noi.

Forse questo libro serve prima di tutto a me, per ricordarmi che c'è del bello anche nella lentezza e, soprattutto, per invitarmi a percorrere il mio cammino osservando, condividendo e meravigliandomi, privilegiando l'incontro rispetto all'efficienza e alla velocità.

Forse, alla fin fine, l'Erede ha capito tutto della vita.

giovedì 20 febbraio 2014

Di Sanremo (o forse no)





In questi giorni in radio, televisione e web è tutto un fiorire di commenti su Sanremo. Io mi sottrarrò a questo coro e, quindi, se vi interessa l’argomento, non cercatelo qui. La mia scelta non deriva da una forma di snobismo radical chic… è solo che, ancora, non ho visto niente! A parte uno sprazzo la prima sera, con l’ascolto di due canzoni che, tra l’altro, mi sono pure piaciute (Antonella Ruggiero), non ho avuto il bene di capire nulla. Le mie serate, infatti, sono per ora occupate da Cesare, Orazio e Aristofane, visto che la fine del trimestre incombe e la prole ha bisogno del supporto emotivo-psicologico-culturale.

Non ne posso più. 
E meno male che alla ripetizione delle tabelline dedichiamo il percorso casa-scuola, scuola-casa, altrimenti veramente darei i numeri pure io. 

Ebbene, e allora? 
C’è che ieri sera, finito l’ultimo ripasso, rassicurato l’Erede, quando finalmente mi sono ritirata nelle mie stanze e ho acceso la televisione, c’era Baglioni che entrava in scena. E lì mi sono emozionata.

Sarà che per ora sono in vena elegiaco-malinconico-sentimentale (probabilmente la PMS ha qualche responsabilità), ma mi sono commossa e quando l’Erede è entrato per darmi la buona notte, mi ha trovato quasi in lacrime a dirgli: è lui che mi ha accompagnato nella mia giovinezza, con lui ho cantato nelle serate con gli amici, con lui ho condiviso le gioie degli innamoramenti e, soprattutto, le lacrime delle separazioni.

Lui ha fatto spallucce e se n’è andato. E io, dopo, non sono riuscita a dormire e ho cominciato a rimuginare su quello che è stato.

Poi, però, ho guardato a quello che è.
E quello che ho visto mi piace.

martedì 18 febbraio 2014

Di Francesca





Eravamo sempre insieme noi tre, pronte a scattare al suono della campana della ricreazione per uscire in cortile, perché dovevamo vedere Lui, Francesco della III B, quello cui tutte andavano dietro e che non guardava nessuna, quello con l’aria da esistenzialista depresso e il capello pazzo. In realtà TU dovevi vedere lui, ma avevi bisogno del nostro supporto, perché altrimenti non saresti mai uscita dall’aula, tu sempre così timida e riservata. 
Un giorno Titti ti fece un regalo (ricordi?), una scatola piena di sorrisi ritagliati da riviste, perché tu eri parca di sorrisi, o meglio li riservavi solo a noi, alle tue amiche, che eravamo in grado di capire anche i tuoi silenzi e i tuoi mugugni.
Non sei partita in gita con noi. Io ero venuta da tua madre con un mazzo di violette, nella speranza di convincerla (com’è che a 17 anni ci si sente capaci di cambiare la storia?), ma lei era stata inamovibile e a Parigi io andai senza di te.
Poi andammo all’Università, scegliendo strade diametralmente opposte, ma continuando a confrontarci su vecchi e nuovi amori, su “calabri esemplari” e materie insuperabili.
E poi la gioia: “Dolcezze, mi sposo!” “Come, ti sposi!?! “”Il bouquet è per voi”. E poi tuo figlio, così bello, così tuo, e la casa da riarredare e le resistenze della famiglia da vincere… E la felicità, a lavoro finito, per “l’armadio a cappello di gendarme”, fortissimamente voluto. 

Noi non abbiamo mai visto la tua casa finita. Non ne abbiamo avuto il tempo. 
Un male nero ti aveva preso, allontanandoti da noi. 

Conservo con religiosa cura le tue lettere, con cui continuavi a comunicare con me. Mi parlano di dolore, di tanto dolore, ma anche di speranza…e di affetto.
Una mattina d’estate te ne sei andata senza salutarci, ma io e Anto ti pensiamo sempre. 

Domenica abbiamo festeggiato il tuo compleanno insieme, a modo nostro, così come possiamo, e siamo certe che tu, là dove sei, lo hai festeggiato con noi.


domenica 16 febbraio 2014

Di primi lavori completati

Fra i propositi dell'anno, se ricordate, c'era quello di finire i lavori cominciati e di smaltire ricamabili. 
Bene, con fatica, perché i miei tempi si restringono , ho finalmente completato una tovaglia di lino (con 8 tovaglioli) cominciata due anni fa, ispirata ad uno schema di Rakam. 


Le foto, al solito, non sono granché e si vedono tutte le pieghe della stiratura (la solerte Nonna ha lavato, stirato e ordinato a Dolcezze di riporla per la Stella!), ma potete   farvi un'idea (pure delle imprecisioni!)



Il lavoro non è particolarmente complesso (si tratta di punto erba, punto palestrina e punto piatto), ma sulla tavola la tovaglia fa una discreta figura. 
Spero vi piaccia.