venerdì 5 dicembre 2014

Dei libri dell'anno 27: La magnifica felicità imperfetta






Quando mi è stato proposto da far leggere alla Prima il romanzo “La magnifica felicità imperfetta” di Lucia Vastano, sono rimasta perplessa. Il sottotitolo recita testuale: Storia di un lanciacacca che incantò il mondo. E la mia reazione è stata: “Ma cacca cacca?” E la risposta “Cacca cacca, ma è bello”.
L’ho preso in mano poco convinta e invece le prime pagine mi hanno subito catturato. 
Si parva licere componere magnis, mi ha ricordato La vita davanti a sé di cui ho parlato qualche settimana fa. Stessa vicenda di base, anche se ambientazione indiana: un bambino, Rakesh, che, rimasto orfano e cacciato dalla sua casa, si trasferisce a Delhi e qui si dà ad un’attività decisamente “puzzolente”. E’, infatti, specializzato nel gettare escrementi sui piedi dei turisti in maniera che il lustrascarpe (alle cui dipendenze lui lavora) possa pulirle e ricavarne un guadagno. E’ un lavoro decisamente sporco, ma “pulito”, perché lui, alla fin fine, non ruba. E’ un bambino particolare: non è un relitto umano, come tanti altri (“Anche se tu tratti cacca, tu non sei cacca” “Se il tuo lavoro vale poco non significa che la tua vita conti meno di quella di un milionario”), non si lascia andare alle droghe o alla prostituzione: sa leggere e scrivere e cerca di trovare il modo per migliorare la propria condizione. Aspira a diventare “imprenditore” e compra la scatola di lustrascarpe per mettersi in proprio, ma il racket del mercato lo prende di mira e lo lascia mezzo morto. Cerca protezione in una sorta di banda di bambini di strada, che lo accolgono in cambio di “lezioni” di lettura e scrittura. Qui, in forma quasi di normalità, vengono presentati bambini già morti dentro per lo sniffare colla o bambine destinate ai bordelli per gli occidentali, ma Rakesh riesce a passare indenne tra tutto questo, perché lui ha l’istruzione, un amico, Raj, e un baba, un asceta che vive nella strada e lo educa col suo esempio e la sua sapienza.
E Rakesh cresce e si innamora, ma in un’India ancora soggetta alle rigide forme delle caste, il suo amore è impossibile. Rakesh, però, non molla. La difficile ascesa al santuario di Shiva diventa per lui il punto di arrivo di un percorso e l’inizio di una nuova vita: ha successo scrivendo un libro in cui insegna agli uomini come raggiungere la felicità e in cui sintetizza tutti gli insegnamenti del suo maestro, diventa ricco e con la sua generosità aiuta tanti. Ma questo ancora non basta e dovrà ancora lottare per arrivare a quell’amore a cui aspira, non prima, però, di aver capito una cosa fondamentale: “Niente nella vita può essere perfetto, nemmeno la felicità…In una vita niente è più imperfetto e doloroso di una felicità perfetta, alla quale ostinatamente ci si attacca per paura di perderla. Perderla e poi ritrovarla mille volte: questo è il segreto della vera felicità, che giustifica lo scorrere della nostra esistenza”.

Dal punto di vista tecnico, la prima parte è più riuscita che la seconda e la terza, il periodare è semplice ma accettabile, si tratta di un testo che offre notevoli spunti di discussione, ricerca e approfondimento (e quindi utilizzabile bene a scuola), bello l’invito alla scrittura (“Scrivi sempre, scrivi tutto. Questo ti aiuterà a chiarirti le idee su quello che sei e quello che vuoi”), ma l'evolversi e il concludersi del romanzo mi sembra un po’ troppo, per rimanere in tema, da Bollywood. Anche l'India, pur presentata in forme insieme realistiche e poetiche, rimane, per me, un po' troppo sullo sfondo. 
Bellissimo , però, l'inizio, in cui il profumo dominante del gelsomino, mescolato a ben altri odori (!), acquista una forza tutta sua, evidenziando, meglio che ogni altra cosa, la netta dicotomia della realtà indiana.





5 commenti:

  1. Piacere di averti conosciuta tramite i venerdì del libro, a presto!

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  2. Perplessa. Da una parte la tua recensione mi conquista. Dall'altra vorrei sapere che cosa ne sai costei della realtà indiana.

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  3. La scrittrice racconta di aver conosciuto l'India prima dai racconti del padre e poi personalmente. Quando la incontreremo (a marzo) chiederemo maggiori dettagli. In ogni caso è un libro interessante. L'ascesa alla montagna di Shiva ricorda altre ascese (reali e simboliche) della letteratura, ma la parte dell'infanzia è per me la più riuscita

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  4. A me ispira! Continuo a compilare la mia lista, che ultimamente procede solo grazie ai tuoi consigli!

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