martedì 8 settembre 2015

Della "guantiera"




Arrivavi lentamente, coi tuoi passetti piccoli, ti sedevi su una sediolina bassa, avvicinavi a te l'enorme scodella che conteneva non so quanti tuorli e tanto zucchero e con un cucchiaione di legno più lungo di me cominciavi a sbattere con colpi lenti, costanti, "inesorabili". 
Non mutavi mai il tempo: il tuo movimento era quasi ipnotico e mi sembrava di udire i rintocchi lontani di una campana o il rimbombo ritmico di  un suonatore di grancassa. Alla fine ottenevi un composto bianco e spumoso e allora aggiungevi l'olio, la farina e tutto quello che serviva per fare le ""taralle", che poi pennellavi sulle teglie con tocco d'artista e infilavi nel forno.
Oppure, su quella stessa sediolina, tagliuzzavi a pezzetti piccolissimi la parte bianca del cocomero, da dare in pasto alle tue galline "Così poi fanno le uova più buone".
A fine mattinata o nel pomeriggio, poi, quando il sole girava, ti mettevi nell'altra stanza, prendevi il librone dall'armadio, inforcavi gli occhialini rotondi  e iniziavi a leggere per me, che, piccolina, mi mettevo ai tuoi piedi e pendevo dalle tue labbra. Poi riponevi il librone e cominciavi a raccontare le storie della casa, di quelli il cui sangue scorre nelle mie vene e che io conosco solo da vecchie foto ingiallite. Intanto le tue mani veloci lavoravano coi quattro ferretti le calze che sarebbero servite "per la campagna" e di tanto in tanto chiudevi gli occhi e ti appisolavi. Allora io mi alzavo e mi sdraiavo sul divanetto a ripensare al Nonno o alla Bisnonna morta giovane o a mio padre bambino, studente diligente e figlio e fratello maturo e responsabile.
Ti piaceva ballare. A volte, la sera,  per divertire me, si spostavano i mobili, si tirava fuori il giradischi e i vecchi 78 giri e iniziavano le danze. E qui avveniva il miracolo: tu che eri goffa e pesante per le troppe gravidanze e le poche attenzioni al tuo corpo, diventavi una libellula che volteggiava nella stanza al braccio dei tuoi figli. 
Ti ho sempre vista vestita di nero. Il Nonno era morto attendendo la mia nascita e neanche il mio arrivo, un mese dopo, aveva allontanato quell'aura che ti avrebbe accompagnato per il resto della vita "Perché quando muore tuo marito, è come se morissi un po' anche tu" e tu non hai mai smesso il lutto. 
Ma non hai smesso di gioire per me. Dicevi che avevo portato l'abbondanza, contemplando le montagne di mandorle messe a seccare nelle grandi terrazze e le cipolle "chiù rossi d'à testa d'à carusedda", frutti, fra i tanti, di un'annata particolarmente generosa e vista come annuncio di una vita fortunata e felice. 
Quando uscivo per la passeggiata con le zie, passavo a salutarti. Il rituale avrebbe previsto che io ti dicessi " Vossia, benedica", ma questo io non l'ho mai fatto (riservavo questa bellissima formula al Nonno della città, che ci teneva molto e che si offese quando, ormai ragazzina, lo salutai con un "Ciao, Nonno!", per cui andò a lamentarsi da mia madre), mentre tu mi rispondevi secondo tradizione "Santa e ricca" (perché cosa vuoi augurare a chi ami se non la salute dell'anima e la sicurezza materiale?). Lo Zio aggiungeva "Sana, santa e ricca! Perché se non c'è la salute che te ne fai del resto?" E lei rispondeva "Prima di tutto santa, perché se non hai la coscienza a posto, che te ne fai del resto?"

Oggi, alla fine del pranzo, la Zia è comparsa con la "nguantera" di pasta reale e lì ho avuto un dejà vu: mi sei comparsa davanti tu, coi tuoi passetti piccoli e lenti, con le braccia protese per dare (che fossero i dolci, o le carte da 10000 lire grandi, distese, o gli spiccioli per la fiera "Perché mia nipote deve avere i soldi suoi per comprare quello che vuole, non deve chiedere niente a nessuno"), ho risentito il suono della tua voce, il tuo dialetto stretto che "traducevi" in italiano, ma che io capivo benissimo, anche se era così diverso da quello della Città. Ho risentito il tuo abbraccio morbido, ho rivisto il tuo vestito nero, con l'immancabile grembiule, e la tua crocchia grigia, mai diventata bianca, e la tua assenza, a distanza di più di trent'anni, è diventata più dolorosa. 
Poi mi sono girata e ho visto  le mani rapaci dell'Erede che assaliva le paste, il Cucciolo col naso sporco di zucchero a velo, la Stella che faceva foto... e ho ricordato che la tua vita è passata attraverso me in loro e allora il rimpianto è divenuto gioia.

15 commenti:

  1. Che bel ritratto hai fatto, e che donna bella e brava doveva essere!
    Le nonne sono speciali, le nonne fanno ottimi dolci, le nonne leggono le storie migliori, le nonne ti spiattellano tutta la storia familiare e ti ritrovi indietro nel tempo di generazioni, le nonne e i nonni sono meravigliosamente importanti quando sono all'altezza del compito, e la tua doveva esserlo davvero se ne parli così.
    E un rimpianto incancellabile, per me: non avere mai salutato mio nonno con "Vossia, benedica", per il piacere di vedere la grandezza cui lui e tutto il parentado sarebbero riusciti a sgranare gli occhi per lo sbalordimento.
    Se mai avessi saputo che da qualche parte usava così, lo avrei fatto sicuramente. Ahimé, non ne avevo la minima idea!
    Ma non capirò mai perché voi siciliani chiamate "guantiera" il vassoio da dolci - anche se dovrei star zitta perché in zona fiorentina si chiama "marescialla" il vassoietto per i cioccolatini ed è ancor meno comprensibile come nome.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sulla guantiera ho fatto una ricerca, proprio prima di dare il titolo al post. Ho scoperto (cosa che non sapevo) che si chiama guantiera quel vassoio basso che si metteva all'ingresso per accogliere i guanti di chi entrava in casa, praticamente quello che oggi chiamiamo svuotatasche ed è più piccolo perché ormai i guanti non sono un accessorio imprescindibile. Credo che sia passato ad indicare il vassoio sul quale si offrivano i dolci e, poi, i dolci stessi. Sulla marescialla non ho idee.

      Le mie Nonne erano veramente speciali, tutte e due. Sono stata una bambina molto fortunata

      Elimina
  2. Belle immagini di un tempo che non c'è più.

    RispondiElimina
  3. bellissimo ritratto, e grande spunto per la mia prossima rubrica "persone che contano".

    ieri è stato un giorno di grande narrativa, da ogni punto di vista..

    RispondiElimina
  4. Un ritratto speciale per una nonna speciale. =)
    Dani

    RispondiElimina
  5. @ Solsido: non sono laudator (o meglio laudatrix!) temporis acti, non rimpiango certo il tempo in cui una donna di 60 anni era vecchia, ma certi ricordi sono scolpiti in me e riemergono all'improvviso. Forse questo blog serve proprio a fissarli su carta.
    @ Iole: grande narrativa nel mio caso mi sembra un po' troppo ;-)
    Bella l'idea della tua rubrica (nel mio blog è Ritratti...ed è nata con lui, se ricordi)
    @ Dani: speciale, sì

    RispondiElimina
  6. Quando ti leggo cara Dolcezze mi commuovo. Sai tradurre in parole splendide i tuoi sentimenti e i tuoi ricordi. Hai avuto sicuramente unainfanzia riccadi amore.
    Grazie perché ce ne fai partecipi.
    Un forte abbraccio Maria

    RispondiElimina
  7. Liria, solo tu sai scrivere queste meraviglie. Splendido e sentito post.
    Concordo con Maria. Sai veramente toccare il cuore.
    Bravissima.
    E vado a condividere di corsa ...

    RispondiElimina
  8. Bellissimo questo post! Mi ha ricordato i miei bisnonni, che ho avuto la fortuna di godermi fino ai miei 16 anni. Il bisnonno Turiddu lo salutavamo tutti con l'antico "Vossia benedica". Una volta una nuora lo dimenticò e venne invitata a tornare fuori dalla porta e a rientrare salutando come si deve. Altri tempi...
    Ma dalle tue parti con la pasta reale si fanno i fiori? Nel palermitano si fanno i frutti invece. E' la frutta martorana, che si fa trovare sotto il letto ai bambini nel giorno dei Morti insieme ai Pupi di zucchero.

    RispondiElimina
  9. Una fotografia nitida di un tempo ormai passato, che nostalgia...grazie per aver condiviso i tuoi dolcissimi ricordi.

    RispondiElimina
  10. @ tutte: scusate il ritardo con cui rispondo, ma la prima settimana di scuola ha già avuto una vittima: il mio tempo di stare al pc
    @ Maria:hai proprio ragione: un'infanzia ricca di amore. Per questo la ricordo sempre
    @Federica: grazie (ma poi qualche voltaa mi spieghi come e dove condividi: non ci capisco niente)
    @ Rosa: Mio Nonno invece chiamò mia madre e le disse: "Tua figlia è bastasa e senza educazione" e tu capisci la gravità della cosa ;-)
    La pasta reale a forma di fiore la fanno al Paese ed è il dolce tipico della festa. In città si fanno i frutti che, anche qui, portano i morti.
    @ Rosalba: grazie. Sai, io sono molto smemorata in genere, ma queste immagini sono vividissime. Sarà che, come dicevo sopra, c'è stato tanto amore

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Semplicemente indico il link a questo post in un post sul mio profilo Facebook o su quello Google+ o su quello di Twitter.
      Questo fa sì che le persone che mi seguono su uno di quei profili, se interessate, vadano a leggersi il tuo post.
      E' un modo per dire questa cosa mi è piaciuta, quindi vi consiglio di leggerla.
      Tutto qui!!!

      Elimina
    2. Si vede che sono una schiappa!;-)

      Elimina