venerdì 31 luglio 2015

Dei libri dell'anno 37: Gli anni al contrario


Romanzo strano quello di cui parlo oggi per il Venerdì del libro, strano perché non riesco bene a definirlo. C’è tanto, troppo, ma la scrittura non mantiene le promesse della storia, che in sé sarebbe bella. E’ come se fosse la bozza di un’opera di più ampio respiro, perché c’è dentro di tutto, ma solo poche pagine sono veramente mirabili e ti commuovono.
E’ la storia di due giovani, provenienti dalla buona borghesia di Messina, anche se le famiglie si pongono su fronti politici opposti. I due vivono i movimenti studenteschi, vengono sfiorati dalla lotta armata, si sposano, hanno una figlia…ma le loro strade sono divise già in partenza.
Lui, Giovanni, è un personaggio indefinibile, eternamente inquieto, mai soddisfatto, incapace di un progetto chiaro e destinato ad un inevitabile fallimento. Lei, Aurora, ha più carattere, porta avanti la sua vita e sua figlia, ma anche lei è un personaggio incompleto. Più particolare, anche se sfumata, la figura della figlia, che vediamo crescere anche nel suo rapporto col padre.
Nel romanzo troviamo, come già detto, di tutto: il ’68, gli anni di piombo, l’ipocrisia di una piccola città, la droga, l’Aids, le difficili relazioni interpersonali, l’ideale politico e la politica di facciata…ma è tutto solo sfiorato.  La narrazione è distaccata e, in gran parte, fredda. La lettura ti lascia un senso di inquietudine e di disagio che, però, raramente è commozione.
Molto bella (e, forse è il motivo per cui il mio giudizio resta sospeso) è la riflessione che Giovanni fa del rapporto con Aurora in una lettera che le scrive dopo il periodo in comunità, lettera nella quale con lucidità analizza la loro storia. Qui esprime quella consapevolezza che noi lettori abbiamo già dalle prime pagine, che cioè la loro coppia sia incapace di una comunicazione profonda e viva “al contrario”. In questo sprazzo (come in alcuni incontri con la figlia) noi intravediamo l’interiorità di Giovanni che avrebbe richiesto un migliore approfondimento. Dispiace un po’ che l’autrice non sia riuscita a scandagliare quest’animo tormentato e lo abbia lasciato nel limbo dell’incompiutezza. 
Ecco, forse il termine più giusto per questo romanzo è “incompiuto”, ma è un’opera prima e per questo mi sento di dare un’altra possibilità all’autrice.


mercoledì 29 luglio 2015

Di pomeriggi estivi e confettura di prugne


Fra le pagine di Piccole donne crescono c’è una scena esilarante. Meg, neosposa, decide di fare la marmellata di ribes coi frutti dell’albero del suo giardino. Peccato che la sua marmellata non si addensi e che suo marito, proprio in quel giorno, abbia deciso di invitare a pranzo un collega (e, in assenza di telefono…non aveva proprio potuto avvisare!). 
La scena che i due uomini si troveranno davanti è “terrificante”: Meg scarmigliata e in lacrime, la linda cucina ridotta a un campo di battaglia, la serva che mangia marmellata. Alla vista dell’ospite Meg rimane sconvolta e ci vorrà del bello e del buono per consolarla. Alla fine John e il collega finiranno a mangiare, in assoluta serenità, pane e marmellata.
Confesso che nel mio immaginario di bambina figlia di casalingaperfetta questa scena mi aveva talmente colpito che, appena sposata, ho detto a mio marito che, se aveva voglia di portare qualcuno a casa, DOVEVA AVVERTIRMI PRIMA.
Ma dove vuole andare a parare Dolcezze?

Passo indietro:
nel buen retiro ci sono due alberi: uno di susine viola tardive e l’altro di susine gialle. Questo ha prodotto una montagna di frutti, già abbondantemente mangiati e regalati. Rimanevano le ultime, troppo in alto per la nostra portata e ormai mature. Il giardiniere di passaggio si offre di raccoglierle e sale sull’albero ("ma che è? un uomo scimpanzé?" cit Cucciolo, bambino di città) e ne raccoglie TANTISSIME, riempiendo il frigorifero.
Caldo torrido, umidità alle stelle e Dolcezze cosa fa?
Con la complicità della GrandeAmica, venuta per qualche giorno qui al mare ed esperta di cucina molto più che Dolcezze, decidiamo di fare la marmellata (sì, lo so che dovrei dire confettura…).
Peccato che ci manchi dall’acqua fino al sale…innanzi tutto i vasetti! 
Io a casa li conservo proprio per queste circostanze…A casa, appunto: qui neanche uno. 
Prima corsa al negozio dei cinesi “Che dici, cinque bastano?” “Penso di sì”. 

Cominciamo a lavare la montagna di prugne, che facciamo sgocciolare, poi iniziamo a togliere la buccia e i noccioli e a raccogliere la polpa in un colapasta. 



Quindi pesiamo il tutto. In una pentola capiente mettiamo la polpa di prugne e zucchero pari alla metà del peso della frutta. 
Cominciamo a girare…e la polpa non si addensa. Aggiungiamo una mela sbucciata e tagliata a fettine sottili… e non si addensa.   
Mentre la GrandeAmica controlla il forte, vado in cerca della pectina. “Pettina?” “No, no, l’addensante per le marmellate” “Mah, le marmellate sono di là” “Ma non è una marmellata…”  Al terzo supermercato : “No, non ne abbiamo”, ma io la individuo in uno scaffale  e la prendo. Tornata a casa, aggiungiamo la pectina, addensiamo, facciamo la prova piattino, riempiamo i  vasetti perfettamente puliti…e non bastano!!! 
Ennesima puntata dai cinesi. Ennesimo acquisto e lavaggio di vasetti.
Finalmente li riempiamo, li capovolgiamo per creare il sottovuoto e poi li pastorizziamo, facendoli bollire per un quarto d’ora.
 
Il  risultato è apprezzabile, nonostante le interruzioni e gli errori (la pectina si mette a freddo), ma la cucina, ahimè, somiglia a quella di Meg. 

 

Ci consoliamo subito, però.
 
I vasetti sono in bella vista, pronti per essere decorati e per addolcire colazioni o tè pomeridiani

Buon appetito!

(GrandeAmica, ho dimenticato qualche passaggio?)

venerdì 24 luglio 2015

Di biciclette e di lezioni


Il Cucciolo è caparbio. Se si mette una cosa in testa la deve fare, con o senza la nostra approvazione, non importa. 

Il Cucciolo è orgoglioso e non ha tollerato la battuta di un vicino che commentava che, grande e grosso com’è, ancora girasse con la bicicletta con una rotella. Ha deciso che deve imparare e, visto che noi eravamo presi dal trasloco e gli avevamo chiesto di aspettare, ha fatto da sé.

Ha smontato la rotella e ha cominciato, prima con difficoltà, poi con una sicurezza sempre maggiore.   
Non è stata una faccenda indolore ( e questa è la prova),


ma adesso il Cucciolo va con due ruote, anche se ha ancora bisogno di me per partire. 
Non ci avevo mai fatto caso prima, ma la bicicletta è veramente la metafora della vita. 
Hai paura di lasciare la stabilità delle quattro ruote, perché ti danno sicurezza; poi le togli e hai difficoltà a partire e, almeno per un po’, hai bisogno d’aiuto.
Parti, ma se non continui a pedalare perdi l’equilibrio e cadi.
Se cadi, puoi farti male e hai davanti due strade: o ti rimetti in bicicletta e riparti (anche se rischi di cadere di nuovo) o molli e non imparerai mai. 
E’ così che funziona: l’unico modo per non cadere è continuare a pedalare e, se si cade, rialzarsi subito, disinfettare le ferite e ripartire. 
Grazie, Cucciolo, per la lezione e grazie per avermi ricordato che ci vuole coraggio. 
Va’ avanti e, finché vorrai, ci sarò io a darti la spinta.