sabato 31 gennaio 2015

Della cucina: parte terza ( e della teoria delle finestre rotte)

 
la foto è presa dal web...ma dà l'idea


Spannung

Penso che tutti conosciate la teoria delle finestre rotte.
Se non la conoscete, fate un giro da Dolcezze: nel giro di dieci giorni la sua casa, mediamente ordinata, è diventata una specie di bazar, un fondaco di merci indistinte, una congerie di materiali di ogni specie.

Prima che cominciassero i lavori Dolcezze si era adeguatamente rifornita di scatole e vi aveva ORDINATAMENTE riposto il contenuto degli stipetti, scrivendo all'esterno di ognuno il rispettivo contenuto. Avete presente la tecnica da trasloco?  Bene. Tutto era andato alla perfezione fino a quando, il sabato precedente l'inizio dei lavori, Dolcezze era stata costretta ad uscire e aveva lasciato il forte in mano all'Amato Bene e alla truppa. 
Al rientro la morfologia della Casa era mutata: all'ordinata disposizione degli scatoloni si era aggiunta una montagna indistinta di buste, sacchi e pacchi stipati in ogni angolo. Tutto quanto Dolcezze aveva lasciato fuori, per poi poterlo utilizzare nei giorni di attesa dei mobili, era finito in disordine sparso. 
Trovare al mattino la caffettiera o le tazze per il latte è diventata una caccia al tesoro...ciononostante la cosa funzionava, con fatica, ma funzionava. 

Poi è entrata in gioco la teoria delle finestre rotte...e non si è capito più nulla.

Chiunque ha cominciato a lasciare ciò che usava ovunque, senza logica e senza criterio. Dolcezze ha provato a rimettere a posto tutto, ha cercato di riportare all'ordine (in senso proprio e figurato) le truppe ma poi, quando ha trovato la piastra per i capelli sotto il divano della sala, ha capito che non poteva riuscire nel suo intento e...ha mollato.

Adesso prega che il falegname faccia in fretta, perché altrimenti non garantirà più sul contenuto di pentole e piatti.

venerdì 23 gennaio 2015

Dei libri dell'anno 29: Venti farfalle e una nuova primavera



Nella notte tra il 20 e il 21 aprile del 1945, nel sotterraneo della scuola di Bullenhuser Damm, ad Amburgo, 20 bambini ebrei tra i 5 e i 12 anni, di varie nazionalità, vennero appesi per il collo, «come quadri alle pareti», a dei ganci predisposti in una stanza. E’ la conclusione di un percorso doloroso, che li ha visti prima internati a Birkenau, poi “selezionati” dal dottor Mengele con una beffarda menzogna (“Chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti”), poi sottoposti alle folli sperimentazioni mediche del dottor Heissmeier. I bambini, già indeboliti dalle malattie, furono prima storditi con la morfina, per poi essere “finiti”, mentre i loro carnefici si ubriacavano.
Questa storia terribile e drammatica è lo sfondo di


 
Nella prima parte del libro l’autrice, insieme con alcuni commentatori, presenta la genesi dell'opera, che nasce dalla profonda emozione provata quando è venuta a conoscenza di questa tragedia e ha capito che non poteva tacere. Il suo dolore, allora, si è fatto voce di chi non ha più voce, per ricordare quanto accaduto e per esprimere i sentimenti degli innocenti ancora una volta stritolati dalla malvagità e dalla perversione degli uomini.

La seconda parte è una sorta di Antologia di Spoon River, in cui a parlare sono proprio i bambini, con i loro sogni spezzati (“volevo diventare grande e contare rughe /e ancora rughe di saggezza sul tuo volto”), con i loro desideri frustrati (“Volevo semplicemente abbracciare la mia mamma”), con il loro senso di smarrimento e di paura. Ad ognuno di loro è dedicata una poesia ed ognuno di loro è tratteggiato con poche ma forti pennellate.

Questo libriccino forse non ha grandissimi meriti letterari, ma ha la rara capacità di coinvolgere il lettore e di spingerlo a cercare di sapere di più. 
Se riuscirà a mantenere il ricordo di quanto accaduto, perché non si ripeta, avrà raggiunto il suo scopo. Per questo l’autrice lo propone alle scuole, come attività di ascolto e di riflessione e per questo io lo propongo oggi per il Venerdì del libro, in occasione della Giornata della Memoria.

martedì 20 gennaio 2015

Della cucina: parte seconda




Peripezie

In effetti questa parte dovrebbe costituire l'antefatto, ma considerato l'impegno emotivo, emozionale e di salute nervosa che ha richiesto, entra a pieno titolo tra le peripezie.

Dicevamo che l'Amato Bene aveva imposto la cucina fatta su misura dal falegname. Ok, come dev'essere? Dolcezze impone, come già detto il bianco, ma la discussione sul modello impegna i nervi di entrambi per due mesi. Perché Dolcezze sarà pure complicata, ma A.B. non scherza. Dopo pagine e pagine di disegni, si addiviene ad un accordo, col falegname che chiede: "Ma siete sicuri? Sicuri sicuri?" 
Dolcezze vuole giocare sui colori e vuole un top blu (non storcete il muso, è un tipo originale) e quindi vuole delle piastrelle in tinta. Ma avete idea di quante tonalità di blu esistano in natura e fra le  mattonelle? Dopo giorni di ricerche si trova qualcosa (e si prega che le piastrelle arrivino puntualmente). 
Prima ancora che il falegname tagli il legno, già Dolcezze ha piantato la sua bandiera su un'anta della colonna che dovrà contenere la sua montagna di tessuti, cotoni, lane e attrezzi vari (compresa la sua fiammante macchina da cucire), finora suddivisi in tre cestoni e vari armadi in giro per casa. Dopo di che ha  già stabilito su carta cosa ogni singolo stipetto dovrà contenere e ha già minacciato feroci punizioni per chi non obbedirà alle sue disposizioni. Inutile dire che le sonore risate di marito e tribù le risuonano ancora nelle orecchie. Si capisce, vero, che Dolcezze è un pelino esaurita?
I lavori sono già in corso e ancora qua si discute se scegliere un tavolo tondo o rettangolare...


1° giorno
Ore 7.30:  arriva l’allegro manipolo dei distruttori, armati di martelletti pneumatici, picconi e vanghe. La famiglia Dolcezze è già operativa dalle 7.15, pronta a scattare fuori al primo segnale di pericolo. Gli studenti e la prof vanno a scuola e l’eroico Amato Bene resta a custodia del forte.
Ore 10.20: al cambio dell’ora Dolcezze chiama casa.  
“Non puoi credere a quello che abbiamo scoperto!” 
“Cosa?”
"Hai presente la perdita di gas?”
”Intendi quella per cui la mia casa è trasformata in un campo di battaglia, con scatoloni e buste sparsi per le stanze; quella per cui andiamo a mendicare dalla genitrice un pasto caldo; quella per cui abbiamo abbandonato al suo destino la mia bellissima cucina, testimone di tante battaglie?” 
“Sì, quella. Non c’era nessun tubo che perdeva: perdeva il rubinetto d’accesso, quello posto sotto il lavello” 
“COOOOOOOSA! E BEN 4 IDRAULICI VENUTI A CONTROLLARE NON SE N’ERANO ACCORTI? E TU NON TE NE SEI ACCORTO?” 

Ciò che salva l’Amato Bene è che Dolcezze ha ancora 3 ore di lezione e la sua furia omicida intanto sbollisce. Pollyanna in azione comincia ad elucubrare che forse è meglio così, che hanno "messo in moto l’economia" dando lavoro a muratori, idraulici, elettricisti e falegnami, che hanno arredato la casa di chi non aveva mobili…e che avranno tutto nuovo. Ma non può non essere furiosa con la superficialità e l’imperizia di quanti sono venuti prima a controllare. Perché, se è possibile che l’A. B. non abbia individuato la perdita (in fondo non fa l’idraulico) è inconcepibile che dei “professionisti” non ci abbiano badato, quando l’ultimo, appena arrivato, se n’è immediatamente accorto.

E vi risparmia la tirata polemica contro chi non fa bene il suo lavoro, quale che sia.
 

sabato 17 gennaio 2015

Della cucina: parte prima



Se questa serie di post vi annoia, date la colpa a Iole: è lei che mi ha dato l’idea
foto dal web
Antefatto

In principio c’era la Cucina. 
Carina, bianca, semplice, scelta da Dolcezze e dall’Amato Bene ai tempi del Nido e poi trasferita (e ampliata) nella Casa. La Casa, anzi, era stata scelta proprio per l’enorme stanza che l’avrebbe ospitata e sarebbe stata il centro della vita della famiglia. Per 19 anni è stata testimone di risate e litigi, è stata vittima dei lanci di peluches e delle iscrizioni dei pargoli, ha ascoltato le ripetizioni di tabelline e verbi greci e ha seguito gli esperimenti creativi (oltre che la correzione dei compiti) di Dolcezze. Ovviamente ha goduto anche dei mirabili effluvi delle vivande preparate e può garantire che tutto quello che è stato cucinato è stato divorato dalle fameliche bocche, con (quasi sempre) soddisfazione di tutti.
Certo, dopo 19 anni, il top accanto al lavello era un po’ rovinato, la cerniera di uno sportello si era un po’ allentata perché il Cucciolo amava usarlo come sostegno per le sue prime scalate, non c’era più uno spazio adeguato per la dispensa, ma a nessuno era mai passato per la mente di sostituirla. Era parte della famiglia.
Poi ci fu la perdita di gas.
Ben quattro idraulici furono chiamati per risolvere il problema, ma nessuno ci riuscì, anzi, uno sosteneva che non ci fosse neanche la perdita. Poverino, lui non sapeva che Dolcezze ha pure l’olfatto bionico, oltre che la vista a raggi x, l’udito da pipistrello (cit. da un alunno) e la capacità di leggere nel pensiero e di prevedere il futuro.
Fu deciso, quindi, di cercare la perdita nel muro. Ma a questo punto bisognava sostituire il rivestimento di mattonelle.
Ok.
Ma bisognava pure sostituire il top.
Ok.
Problema n° 1: non andava bene un top standard, ma ci voleva un top speciale. “Ma a questo punto non conviene cambiare la cucina?”

E lì comincia la dolorosa historia.
L’Amato Bene opta per un lavoro su misura fatto dal falegname, Dolcezze si impunta sul colore: la vuole di nuovo bianca. E intanto c’è Parigi, c’è il falegname impegnato, ci sono le feste…e si arriva a gennaio.

Esordio

Occorre sgomberare la stanza. Che ne facciamo della cucina vecchia? Era in buone condizioni! La regaliamo, ovvio: la Signorachemiaiuta si dichiara lieta di prenderla, ma poi scopre che per imbarcarla per il paese ha bisogno di 300 euro e rinuncia. Dolcezze dà voce e scopre che sì, la cucina qualcuno la vuole, MA GLIELA DEVI PORTARE A CASA. L’Amato Bene dichiara: “La portiamo in discarica” e lì parte il grido di dolore della Famiglia tutta: “NOOOOO”. La vicina consiglia di venderla ad un mercatino dell’usato. Dolcezze telefona e scopre che sì, la tengono in conto vendita ma gliela devi portare tu. Se vuoi che se la prendano devi pagare 300 euro (e torna!).

Finalmente si trova uno che vuole la cucina, ma può venire solo sabato. 
E lunedì cominciano i lavori. 
Da tre giorni Dolcezze è impegnata nello svuotamento degli stipetti e nei ritrovamenti archeologici. Ha trovato, ben riposti in alto in opportune scatole di latta, ricordi del viaggio di nozze, biberon di infanti quasi patentati, ciuccetti di tutte le dimensioni, che, secondo la voce diffusa a suo tempo, erano stati divorati da galline varie e quindi non erano più disponibili etc. etc.
Di decluttering di queste cose neanche si parla.
Lunedì si comincia coi lavori e la casa è ingombra di scatoloni d’ogni tipo, forma e dimensione.
Da oggi non sarà più utilizzabile la lavastoviglie, da domani la cucina, da lunedì il lavello.
Forse è la volta buona che riusciamo a perdere qualche etto.