martedì 30 dicembre 2014

Del Natale passato e di bilanci




I miei 31 lettori sicurameeente in questi giorni erano in attesa del mio resoconto natalizio, ma una serie di accidenti mi ha impedito di scrivere.
Propongo, quindi, adesso l'elenco dettagliato di quanto Babbo Natale ha portato ai singoli membri della famiglia Dolcezze:
Amato Bene: 6 paia di calze lunghe di lana (che servono sempre) da parte della prole.
1 buono per l’acquisto di una giacca e un pomeriggio libero da Dolcezze (non è colpa di Dolcezze se la giacca non è stata comprata in tempo: il destinatario del dono non è MAI disponibile)
Erede: l’amplificatore per il basso (gioia per i timpani della famiglia e dell’universo mondo). A riguardo merita menzione la “megaspoilerata”-cit- dell’Amato Bene che, nel dubbio sull’infernale arnese cui applicare l’altrettanto infernale ordigno, ha chiamato direttamente il destinatario. Alla faccia dell’effetto sorpresa.
Cucciolo: Tartarughe Ninjia di tutte le dimensioni, Bionicle da costruire, segnalibri, battaglie navali elettroniche, etc., etc., etc.

Avendo dato particolare attenzione ai maschi, Babbo Natale, arrivato alle donne, ha fatto un po’ di confusione:

Stella: Stampi per dolci e biscotti (è una provetta pasticciera), borse e trucchi vari…e (audite, audite!) un naso gonfio, nero e dolente (e speriamo non rotto) che ha funestato le sue e nostre feste.
Dolcezze: una meravigliosa borsa e un’altrettanto meravigliosa serie di incredibili acciacchi: siamo partiti da un brutto raffreddore, che ha portato Dolcezze a festeggiare il Natale sul divano con 38° di febbre, per arrivare ad una serie di complicanze allegre sulle quali non vi delizio e delle quali spero che il medico, dal cui ambulatorio vi scrivo, mi dia contezza e, spero, riparo.
Tutti: un paio di chili a testa

A parte queste amenità, il Natale è passato serenamente, fra ricordi e tombole e il dolore di tante, inevitabili, assenze, che senti ogni giorno, ma che a Natale sono un po’ più forti.

Basta! Non voglio cadere nel malinconico e quindi passo al bilancio dell’anno. I miei lettori più antichi ricorderanno che avevo lo scorso Capodanno, fatto una serie di buoni propositi, adesso passo alla spunta:

  1. Fare e ricevere coccole Fatto (anche se mai abbastanza)
  2. Non perdere tempo Fatto (per me è impossibile non farlo)
  3. Leggere tanti buoni libri Fatto (non tantissimi, ma per lo più buoni)
  4. Continuare la mia titanica lotta contro l'ignoranza (progetto ambiziosissimo!) Fatto (nel senso che continuo e continuerò, ahimè, anche se è una fatica di Sisifo)
  5. Smaltire le montagne di tessuti, filati e ricamabili che riempiono i miei bauli e finire i lavori cominciati. Ehm…passiamo oltre
  6. Non offendere nessuno e, qualora accadesse, chiedere sempre scusa In parte (per quanto si stia attenti, si sbaglia sempre e, purtroppo con qualcuno le scuse non sono sufficienti, anche se si è sbagliato in buona fede)
  7. Gioire degli amici Fatto (sempre e comunque!)
  8. Andare in Provenza e a Parigi In parte (Parigi sì, Provenza ancora no)
  9. Imparare cose nuove Fatto (citando Solone “più invecchio più imparo")
  10. Sopravvivere al registro elettronico Fatto! Fatto! Fatto! (in questo momento, anzi, ad essere morto è lui, ah, ah, ah!).

Insomma, quest'anno non è andata malissimo, anche se ho sperimentato che il mio fisico prima quasi totalmente inattaccabile, comincia a manifestare qualche cedimento (sarà l’età?);
l’allegra compagnia di ottantenni (la mia personale e affollata Villa Arzilla) ha globalmente tenuto il passo, a parte le ultime settimane;
i figli sono cresciuti, l’Amato Bene continua ad essere amato e amante;
la scuola ha visto l’uscita della Quinta, ma l’entrata della Prima…e questo va bene;
ho lavoricchiato, ma soprattutto ho molto sperimentato…ma delle mie esperienze vi parlerò l’anno prossimo, ormai.

Bene: questo post è diventato un poema e, quindi, la chiudo qui.

A tutti voi che passate di qua, a Villa Arzilla, agli amici, ai miei cuccioli e al mio sposo (e anche a me, ovviamente) auguro salute e pace, che sono, veramente, i beni più importanti.
In aggiunta:
-per gli amici lettori: un anno di buoni libri, di quelli che lasciano il segno
-per le amiche creative: un anno di fantasia e creatività, pieno di nuovi spunti e di nuove tecniche (e tempo per realizzare i nostri progetti!).

Come vedete, mi accontento di poco, ma a tutti auguro di costruire, un mattone dopo l’altro, un passo dopo l’altro, un mondo più vero e più giusto in questo 2015 che sta per cominciare.
Buon anno a tutti!


giovedì 25 dicembre 2014

Dell'annuncio del Natale




Il popolo che camminava nelle tenebre
vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
...
Poiché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il segno della sovranità
ed è chiamato:
Consigliere ammirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace;
grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine. 
 (Is. 9,1.5-6)



Buon Natale a te che passi di qua: il Bambino che è nato ti rechi in dono la Pace
Dolcezze

venerdì 19 dicembre 2014

Dei libri dell'anno 28: Ciò che inferno non è



Il libro che propongo oggi per il venerdì del libro farà storcere il muso a molti: ancora D'Avenia, con i suoi romanzi sdolcinati e ideologizzati, che presenta modelli di adolescente inesistenti in natura e il teatrino delle ovvietà.
Anch'io ero un po' prevenuta nell'iniziare questo libro (anche se gli altri globalmente mi erano piaciuti), e confesso che le prime pagine mi hanno "spiacevolmente impressionata" e mi son chiesta dove l'autore volesse andare a parare, considerato che il linguaggio prima era troppo baroccheggiante per i miei gusti, per poi cadere nella banalità qualche pagina dopo. 
Insomma, lettura partita sotto una pessima stella. 
Io  non mollo, però. Sono pochissimi i libri che ho abbandonato dopo averli cominciati, perché ripeto sempre che a tutti dobbiamo dare un'occasione (!). E in effetti pagina dopo pagina, la trama mi ha preso.

E' il racconto di un'estate, quella del 1993, vissuta da un ragazzo, Federico, che incarna perfettamente l'adolescente sognatore: grande lettore, poeta, vive nel culto della parola e, spesso, perde di vista la realtà. Invitato dal suo prof, don Pino Puglisi, ad aiutarlo per qualche tempo in parrocchia, scopre un mondo nuovo e sconosciuto a due passi da casa sua e ne rimane affascinato, al punto da rinunciare alla vacanza in Inghilterra,  perdere la bicicletta e  prendere tante botte, ma da questo cammino ricaverà la sua nuova umanità e l'amore di Lucia, ragazza nella quale l'autore ripropone il topos stilnovistico della donna salvifica, già visto nei precedenti romanzi.

Il vero protagonista, però, non è Federico, ma Don Pino, che non è parroco di un posto qualunque, ma di Brancaccio, terra di nessuno, parte di città divisa dalla città da un passaggio a livello, ma ideologicamente separata da una muraglia. 
A Brancaccio non ci sono scuole oltre la scuola elementare e non ci sono luoghi di aggregazione per i bambini e i ragazzi che bivaccano per le strade in attesa di essere assoldati dai "capi" e trasformati in possessori e portatori di inferno
Don Puglisi non accetta che tutto sia definito e perduto, ma lotta con tutti i mezzi leciti, per ottenere ciò che considera un diritto dei bambini del quartiere: una scuola media e dei locali in cui creare qualcosa di buono, insieme. Davanti a sé, però, trova solo porte chiuse e colpevoli ritardi. 
Non molla,  ma si sforza di combattere con quel che ha, l'amore (ciò che inferno non è) contro la mancanza di amore, che è il vero inferno. 
Sarebbe stato facile cadere nell'agiografia (e questo è fondamentalmente ciò che io temevo), ma , invece, D'Avenia è stato bravo a presentare la figura di don Puglisi in maniera molto "umana". E' ovvio, per chi ha fede, che il sacerdote è un martire, che le sue parole e le sue scelte sono dettate dalla sua profonda comunione con Dio e dal desiderio di donazione totale ai fratelli, ma anche chi ha una visione laica trova in lui una grande figura che lotta per ottenere per il suo popolo la giustizia e il bene, un uomo che combatte anche con la propria paura e con la consapevolezza di poter morire. 
La sua è una bellissima immagine di padre a tutto tondo, che non giudica, accoglie, dona, perdona e, quando è necessario, vince anche i suoi timori per insegnare a nuotare ad una bambina, senza nome e senza più padre.
Anche se  a prima vista i personaggi principali sono Federico e don Puglisi, in realtà questo è quasi un romanzo corale, che vede protagonisti i bambini di Brancaccio, tutti con un nome e con le loro storie spesso dolorose e drammatiche. Protagonisti, però, sono anche i vari mafiosi, che, invece, di nomi non ne hanno (a parte Nuccio), quasi a sottolineare la loro "non umanità" e che agiscono sullo sfondo di una città piena di bellezza, ma anche di orrore, di grandezza e di depravazione, volta contemporaneamente allo spasimo e alla gioia, dove i Paladini combattono e si annuncia la sconfitta di Gano e dove persino un assassino, nel sorriso di don Pino morente, può ricordare il bambino che era.
Diversi momenti richiamano (e rimproverano) le assenze e le connivenze della "società civile", ma il tutto viene lasciato sullo sfondo, perché più che la critica sociale e politica l'autore vuole sottolineare la necessità dell'impegno dei singoli, chiamati ad uscire dal recinto delle proprie certezze per aprirsi al "diversamente altro", e, soprattutto, a camminare a testa alta, nella consapevolezza della propria dignità.

giovedì 18 dicembre 2014

Di nuove scoperte geografiche

Questo NON è  un post programmato, ma la veritiera trascrizione di un dialogo che si è svolto un paio d'ore fa.

foto dal web

Dolcezze va alla scuola del Cucciolo per la recita natalizia, quando dei turisti la fermano:

SIGNORA: Mi scusi, mi può indicare dov'è l'entrata del monumento?
DOLCEZZE: Certo, deve tornare indietro. Venga con me, visto che facciamo la stessa strada.
SIGNORE: Ma vale la pena? Dentro è bello?
DOLCEZZE: Certo! Queste sono le antiche mura, il monumento è stato costruito sulla precedente fortificazione dopo il terremoto e non è una chiesa, come potrebbe sembrare a prima vista...(e qui Dolcezze si produce in 10 minuti di spiegazioni sull'architettura, le decorazioni e la funzione del luogo). Comunque, siamo arrivati. Questa è l'entrata.
SIGNORA: Tante grazie per le indicazioni! Ah, mi scusi...un'ultima domanda (girandosi verso il mare)...Ma quella è l'Italia?

Dolcezze, che fino a stamattina aveva creduto di vivere in Italia, resta senza parole. 
E vi assicuro che per lei è difficile.


lunedì 15 dicembre 2014

Dell'adolescente studente occupante





PREMESSA: Questo post non parla dello studente serio e motivato che considera l’occupazione delle scuole l’estrema forma di protesta contro un sistema ritenuto (non sempre a torto) sbagliato e scorretto. Qui si parlerà, con maggiore leggerezza, dello studente medio, poco attento al contenuto (ideologico) e molto attento alla forma (occupazione/vacanza/riposo).

L’adolescente studente è occupante in potenza, già all’inizio dell’anno. L’elezione dei rappresentanti di istituto è spesso decisa da chi offre, sul piatto della bilancia, l’occupazione decembrina e prenatalizia. Oh, certo, non se ne parla apertamente, ma il discorso è lasciato cadere con leggerezza fra le righe di un programma più ampio e serio. 

L’adolescente occupante in potenza già a novembre comincia a proferire più apertamente il verbo proibito, non appena si avvicina un’interrogazione o una verifica scritta, o quando i compiti sono troppi (e l’accumulo di quelli non ultimati incombe come un macigno) e l’occupazione sarebbe la panacea di tutti i mali. 

L’adolescente occupante in potenza stringe una rete di collegamenti virtuali con tutti i gruppi feisbukiani e wuopzappiani delle scuole della città, per essere informato in tempo reale delle decisioni dei capi (e sì, per ogni scuola c’è un Direttorio in cui Marat, Danton, Robespierre e qualcun altro decidono per tutti).

L’adolescente quasi occupante, quando ha sentore del giorno e dell’ora, si attiva a sua volta, per cercare di contattare quanti più amici possibile, perché più si è e meglio è.

Una volta raggiunto l’obiettivo, gli adolescenti occupanti si suddividono in più categorie:
-i duri e puri, a loro volta suddivisi in seri e motivati (quelli di cui ho parlato nella premessa) e quelli caciaroni. Sono coloro che cercano di organizzare assemblee, conferenze, dibattiti e cineforum, ma sono spesso soppiantati dai caciaroni e basta (di cui parliamo più giù). Costoro tengono sulle spalle il peso dell’impresa, occupando fisicamente i locali con coperte e sacchi a pelo, riforniti di cibo, acqua e caffè dall’esterno. Li riconosci dalle facce stravolte al mattino e dal colorito giallastro di chi ha da giorni un’alimentazione a base di pizza e panini.
-i caciaroni e basta, che stanno a scuola solo per far confusione e intrattenere relazioni amorose o sociali. Sono i più pericolosi, anche perché hanno il potere di controllare le masse. Portano la radio, le carte e i palloni; organizzano sfilate di moda e gare di cucina…ma non si caricano del peso della nottata e arrivano in tarda mattinata per bivaccare fino a notte fonda. Sono coloro che hanno svilito il senso e la natura della protesta (e che, purtroppo, sono i più amati dagli studenti).
-gli altri, che sono effettivamente occupanti (nel senso che occupano il loro letto e la propria postazione domestica della Play-station) ma a scuola non si fanno proprio vedere.

Fra tutti mi intristisce la terza categoria: chiusi nel proprio microcosmo e autoreferenziali, seguono il branco perché coincide coi loro interessi, ma non mettono niente di sé, non si sporcano le mani e  non potranno dire "io c'ero".

L'adolescente studente occupante è il paradigma della società: chi si impegna a paga personalmente per l'interesse di tutti, chi pensa solo a realizzare i suoi piani camuffandoli come piani comuni, chi pensa solo ai fatti suoi e se ne infischia di tutti gli altri. 

Forse è anche per questo che non riesco a guardare con bonaria condiscendenza a queste manifestazioni.