martedì 28 ottobre 2014

Di frittelle di zucca


Questo è un post programmato. Se tutto è a posto, in questo momento io passeggio per Montmartre e forse mi sto facendo fare un ritratto.

Amo l'autunno, mi piacciono i suoi colori, i suoi sapori, le giornate che accorciano e la temperatura più frizzante. 
Amo le zucche, l'arancione e i colori delle foglie che cambiano, la luce che prende altre sfumature e i piatti preparati con i frutti di stagione.

Questa ricetta ricorda la mia "campagna calabra". E' lì che la signora Lina, presso la quale ero pensionante, mi ha fatto assaggiare queste frittelle che oggi propongo a voi. Si tratta di un piatto semplice, ma dal sapore particolare e dal colore particolarmente "autunnale". 


Frittelle di zucca

Ingredienti:
zucca rossa 600 gr
uova 2
parmigiano 4 cucchiai
farina (qui ho usato quella di grano saraceno, ma va bene anche quella bianca) 2/3 cucchiai
menta
aglio 1 spicchio


Frullare o grattuggiare la zucca rossa grossolanamente e cospargerla di sale.


Metterla a scolare in un cola pasta per 3/4 ore IN FRIGORIFERO (io spesso la preparo la mattina, per cucinarla la sera).


Strizzarla bene e aggiungere tutti gli altri ingredienti. Aggiungere o diminuire la farina a seconda della consistenza raggiunta dall'impasto, che deve risultare non troppo morbido (per questo le dosi sono indicative). 


Formare delle polpette aiutandosi con due cucchiai e friggerle in abbondante olio bollente. Siccome in casa Dolcezze si è salutisti, io le cuocio al forno, in una teglia rivestita di cartaforno, dopo averle leggermente cosparse con un filo d'olio. 


 Eccole pronte (fotografate in maniera pessima!


Preparatele, assaggiatele e...fatemi sapere cosa ne pensate!

Utilizzando la farina di grano saraceno le frittelle sono adatte anche ai celiaci.

venerdì 24 ottobre 2014

Dei libri dell'anno 23: Quelli che ci salvarono

Il libro che propongo oggi per il venerdì del libro non è un libro facile e, tra l'altro, neanche un libro perfetto dal punto di vista letterario, ma è un libro che suscita emozioni e che ti rimane dentro, spingendoti a porti domande importanti. Si tratta di


di Jenna Blum.
Apparentemente è la solita storia: II guerra mondiale, olocausto, campi di sterminio...ma la storia segue sviluppi diversi ed imprevisti.
L'azione cammina su due diversi piani temporali che si intrecciano continuamente e ha come protagoniste due donne, Anna e Trudy, madre e figlia. Di entrambe seguiamo la crescita e ad entrambe ci sentiamo vicine, anche se con Anna nasce un forte legame emotivo.
Anna è una bella ragazza ariana, con un padre filonazista che si innamora di un medico dissidente, Max, che poi verrà arrestato, internato a Buchenwald e ucciso. Dalla loro appassionata relazione nascerà una figlia per difendere la quale Anna farà l'impossibile. Fuggita dalla casa del padre, che la vuole costringere ad un matrimonio con un nazista, si rifugia presso una fornaia che le offre una casa e un mestiere e che svolge attività a favore della Resistenza, prima di essere scoperta e uccisa. Anna, che cerca di continuare la sua opera, viene individuata come possibile complice e, per sopravvivere, è costretta a diventare l'amante di un ufficiale nazista. Questa relazione violenta, spesso umiliante, non è facilmente indagabile perché, fatto salvo l'abuso di base, si genera quasi una situazione "normale", con tanto di foto da famigliola felice gelosamente custodita. 
Anna non parla mai di sé, del suo passato e dell'aiuto da lei dato ai prigionieri del campo, tanto che Trudy si trova a porsi innumerevoli domande alle quali nessuno risponde e che la fanno sentire straniata, anche se ha fatto carriera e dovrebbe essere soddisfatta della sua vita. 
Queste due donne non si incontrano mai e il romanzo ci lascia con tanti perché. Perché Anna non rivela mai a Trudy la sua origine? Perché la lascia nel dubbio di essere figlia di un ufficiale nazista? Perché non racconta mai tutto il bene che ha fatto, la sua storia di dolore, come ha lottato con le unghie e con i denti per permettere alla figlia di sopravvivere? E' come se Anna volesse espiare la sua "colpa", la colpa di essersi in qualche modo "innamorata" di chi l'aveva, comunque, salvata. 

Più che un romanzo sulla guerra e sull'Olocausto, è, quindi, un romanzo che analizza l'interiorità dei sentimenti, la colpa e la redenzione e persino dell'ufficiale nazista, certamente figura negativa, la scrittrice riesce a far cogliere le debolezze e , quasi, l'"umanità". 
Da leggere, per guardare alla storia del periodo nazista dalla parte dei Tedeschi e per riflettere sulla forza e sull'imprevedibilità dei sentimenti.


Questo post è programmato. Se tutto va bene in questo momento mangio croissants e salgo e scendo dalla metropolitana.

lunedì 20 ottobre 2014

Di borsine feltrose e autunnali

Questo è un post programmato. Se nessun aereo diretto a Parigi è precipitato, se non avete sentito del rapimento di un'insegnante italiana , se a Chi l'ha visto non è stata segnalata la mia sparizione etc. etc., etc.... ho già usato questa borsina per tenere al collo cellulare, documenti e biglietto.

Viaggiare low cost è economico, comodo ma...problematico. Solo un bagaglio a mano e niente borse, mersupi o altro. Ho pensato che, se metto al collo l'indispensabile, forse sfuggirò al rigido controllo. Mah, io ci provo.
Col feltro ho fatto questa borsina, piccola e piatta







...molto"zuccosa" e autunnale. Ho pensato di decorarla con qualche bottone.




Che ve ne pare?


Con questo post partecipo al thè di Squitty

venerdì 17 ottobre 2014

Di colpi di testa, lezioni e temerarietà




Se qualcuno nota con un certo disappunto che questo blog ha preso una brutta piega (pochi lavori, zero tutorial, libri a ritmo ridotto e tante chiacchiere inutili), sappia che per Dolcezze è un momento complicato.
Il lavoro? I figli? I genitori? L'amato Bene? 
Certo! Non è facile gestire l'allegro caravanserraglio che impegna le sue giornate e le impedisce di ritagliarsi i suoi piccoli spazi serali di creatività, ma, in aggiunta a tutto ciò...c'è una certa inquietudine. Non ne ha parlato finora perché, di fatto, non ci crede ancora neanche lei. 
Dolcezze va a Parigi. Per 2 settimane. Senza Amato Bene. Senza tribù. Senza amica del cuore.
Partirà da sola , anche se al suo arrivo troverà 15 alunni da "accudire" e, spera, una macchina che la porti in albergo.
Si trova in questo ballo per gioco, per aver partecipato ad un concorso per titoli e avere così scoperto che prima di allora le partenze erano state "pilotate" dall'Alto e gestite ad personam.
Parte senza avere ben chiaro cosa farà la tribù in sua assenza e nel timore di cosa troverà al suo rientro (sempre che non si perda in aeroporto, venga rapita dagli alieni o, più semplicemente, venga fatta saltare in aria da qualche terrorista, come qualche anima pia non si è peritata di ricordarle). 
Parte fra l'incredulità generale, con i colleghi che la fermano nei corridoi e le chiedono "Ma è vero?", con l'odio feroce di chi è sempre partito senza averne titolo e stavolta rimane a casa, con l'amica della segreteria che la cerca in classe e, più confusa che persuasa, le chiede "Come farai?"
Bene, come farà Dolcezze ancora non lo sa. 
La trattiene il pensiero del Cucciolo e dei vecchi genitori, la incoraggia il desiderio di tornare a Parigi (anche se per lavoro) e la speranza che la sua assenza faccia "svegliare" le truppe e aiuti a capire quello che lei fa quotidianamente. 
Ebbene sì, Dolcezze vuole fare il suo mestiere, "dare una lezione" , perché si capisca che certe errate convinzioni , che permangono (ahimé), devono essere superate, se non si vuole che la genitrice faccia bum.
Il problema che Dolcezze dovrà superare è come lasciare il Cucciolo che, in questi giorni è più cozza del solito e , interrogato dalla Nonna su come farà a stare senza la Mamma, con puntuale logica ha risposto: " Chiedetelo a lei !"

martedì 14 ottobre 2014

Di bulbi, di speranze e di future primavere




Oggi ho finalmente interrato i bulbi che avevo comprato settimane fa. Non so se e quando spunterà  qualcosa, ma mi piace pensare che, forse, anche per merito mio la Primavera avrà dei fiori in più.
Sto lavorando ( e tanto) con la mia prima. Anche lì sto zappettando, smuovendo terra, seminando, annaffiando  e togliendo erbacce e anche lì spero di veder fiorire qualcosa.

Sono così piccoli! E' una classe quasi completamente maschile e sembrano tutti molto più giovani dei 13/14 anni che si ritrovano. Ci sono dei momenti in cui mi sorprendo a guardarli con tenerezza e a chiedermi come andrà il nostro cammino, se riuscirò a creare la sintonia che c'è stata con l'ultima quinta o se si instaurerà quello strano rapporto di amore/odio che mi lega alla quinta in corso. 

E intanto li guardo. 
C'è quello grande quanto il mio Cucciolo, con le sue stesse magliette e con la voce gracchiante da bambino, che ti aspetti che da un momento all'altro ti chieda di aiutarlo a ripetere le tabelline e c'è quello già alto e con la postura e il tono del vecchio cardiologo (e altrettanto curvo!), c'è il gran lettore, che chiede chiarimenti per tutto e i due che, appena suona la campana, cominciano a giocare a calcio col pacchetto di fazzoletti. Sembrano così piccoli che non riesci ancora a vedere in loro le tipologie di adolescenti che tanto mi fanno sorridere. 

Tutti tranne uno.

All'ultimo banco c'è il Bello, consapevole di sé e del suo fascino, farfallone in potenza e con seri problemi: "A me piacciono molto le ragazze...immagini la delusione, prof, quando ho visto che in classe ce sono solo quattro!", il tutto scritto con candore nel primo elaborato.

Cominciamo bene. 

venerdì 10 ottobre 2014

Dell'orrore e della vergogna



In questo blog difficilmente parlo di temi di attualità, è successo forse solo una volta, perché questo è il mio "lusus" e quando si gioca non si può pensare alle cose serie. Ma questo è anche il luogo in cui parlo di “cose mie” e di “cose mie” voglio parlare oggi, che sono sconvolta e sconcertata da quanto appreso ieri (http://napoli.repubblica.it/cronaca/2014/10/09/news/).
Mi sconcerta l’accaduto: solo nei cartoni animati e nei fumetti troviamo “giochi” e “scherzi” che possono somigliare a questi, ma dubito fortemente che pure un bambino non sappia che il gioco è una cosa e la realtà è un’altra.
Mi sconcertano gli autori: tre ventiquattrenni, di cui uno, addirittura, padre di un bambino di due anni. Non c’è, quindi, nemmeno la scusante della minore età, dell’inconsapevolezza: c’è solo una stupida e feroce crudeltà, ancora più ingiustificabile perché immotivata e perché su un ragazzino di 14 anni.
Oggi guardavo i miei alunnetti di prima, con le loro facce tonde e imberbi e con i loro sguardi buoni e mi chiedevo come si possa solo pensare a fare male a bambini del genere. Eppure succede, purtroppo, e nelle forme più varie, di cui quest’ultima è solo una variante, ancorché orribile. 
Mi sconcertano i complici: come puoi non fermare chi compie violenze del genere e, anzi, filmare l’”impresa” col telefonino?
Mi sconcerta ciò che sta intorno: i familiari dell’esecutore materiale parlano di “gioco finito male”. 
MA STIAMO SCHERZANDO? 
Come si può definire un gioco esercitare una violenza così folle e così gratuita? E, ripeto, non stiamo parlando del bambino di 4 anni che spinge il coetaneo giù dalla scale e gli fa rompere l’osso del collo…stiamo parlando di un ventiquattrenne padre di figli.
Onestamente io, da genitore, mi chiedo come, con tutto l’amore di questo mondo, sia possibile giustificare chi ha compiuto simili orrori.
Non si può dire: “E’ un bravo ragazzo”. 
Un bravo ragazzo ad una cosa del genere non ci pensa neanche, perché è al di fuori della logica e della normalità.
Un bravo ragazzo non esercita il proprio potere derivante dalla maggiore età, dalla maggiore forza fisica, dal maggiore “carisma” individuale per usare violenza bruta contro un debole.
Mi dispiace, non sono bravi ragazzi.
E forse anche noi non siamo bravi genitori e bravi educatori se non sappiamo far percepire ai nostri ragazzi il sottile discrimine tra ciò che è bene e ciò che è male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. 

…o forse aveva ragione W. Golding quando scriveva che “l’uomo produce il male come le api producono il miele” ed è proprio “Il signore delle mosche” che propongo per questo Venerdì del libro: grande classico, sicuramente molto conosciuto, ma che forse non fa male rileggere e meditare.

martedì 7 ottobre 2014

Di sesso forte (2° puntata)


Giuro: non avevo in mente di insistere sull'argomento. Siamo tutte abbastanza preparate e non è il caso di rimestare sempre la stessa minestra...ma quanto accaduto stamattina mi costringe perché, a volte, la realtà supera l'immaginazione.
Sappiamo tutte che i maschi malati sono cadaveri, che sono poco organizzati, che possono fare solo un lavoro alla volta, che si confondono dinanzi all'organizzazione familiare (sto generalizzando, so bene che ci sono maschi bravissimi e attivissimi, pochi, in verità), ma oggi...
Partiamo dall'inizio.
Stamattina l'Erede, campione di lentezza, mi ha chiesto, alle 7.30, di stirargli la maglietta che si era spiegazzata nel cassetto. Ero pronta ad uscire e gli ho detto di no. In fondo è maggiorenne, si sente grande, vuole essere autonomo...beh, che impari a stirarsi la maglietta! (sono un mostro, lo so).
Strepiti, lamenti, recriminazioni non mi hanno convinta e, mentre inforco lo zaino del Cucciolo e impugno la mia cartella, con la coda dell'occhio vedo lui che porta in camera il ferro da stiro. Entro e assisto a questo spettacolo:
l'Erede ha allargato la maglietta sul suo letto e la sta stirando. (e allora?) 
Il filo elettrico è appoggiato sul letto del fratello NON ATTACCATO AD ALCUNA PRESA. 
Alla mia domanda : "Ma che fai? Stiri senza attaccare la spina?", la sua risposta è stata "Ma perché? Si deve attaccare la spina?" 
Ora, vi prego, risparmiatemi l'accusa "La colpa è tua, perché non gliel'hai insegnato".

venerdì 3 ottobre 2014

Dell'adolescente femmina in shopping parte 2°( e Dei libri dell'anno 22)


L'adolescente femmina in shopping  è una scheggia impazzita: gira per negozi in modo ossessivo e compulsivo, guardando TUTTE le vetrine, TUTTE le grucce, TUTTE le paia di scarpe per poi sentenziare... 
(No, non sto sbagliando col copincolla...il post comincia esattamente allo stesso modo del precedente,è il seguito che è diverso...
Riprendiamo...)

L'adolescente femmina in shopping  è una scheggia impazzita: gira per negozi in modo ossessivo e compulsivo, guardando TUTTE le vetrine, TUTTE le grucce, TUTTE le paia di scarpe per poi sentenziare ammirata. "Ci sono cose bellissime! Mi piace tutto!".
Quando si verifica la particolare congiuntura astrale che spinge l'adolescente femmina all'acquisto selvaggio è bene che la mamma bancomat sparisca e l'abbandoni al suo destino, perché altrimenti si troverà a girare per ore in negozi improponibili, dove dovrà cercare le "mirabilia" che le amiche hanno trovato, straccetti inguardabili per la madre, abiti "indispensabili " per la figlia. E guai se la genitrice osa sottolineare che, forse, la qualità dei prodotti esaminati è modestissima, guai se si permette di evidenziarne i difetti...sarà immediatamente tacciata di essere una che non capisce niente di moda giovanile, una che ha perso di vista la modernità... praticamente una vecchia. Dopo lunghi tira e molla, le due donne si accorderanno per l'abitino meno peggio che verrà trionfalmente portato a casa e appeso nell'armadio, da cui uscirà forse una sola volta, perché presto la signorina si renderà conto che l'acquisto forse non era granché.

Quando, invece, l'adolescente in shopping non ha bisogno del bancomat, esce con altre della stessa specie e invade negozi e centri commerciali, soprattutto nel fine settimana. Come nugoli di cavallette, le fanciulle si addensano attorno a smalti, trucchi e profumi, riempendo buste di prodotti che verranno usati per "giocare" a casa, in compagnia delle amiche "tanto costano pochissimo". 

Se lo sciame si dirige ad un negozio di scarpe, puoi star certa che l'attenzione si poserà solo su calzature inquietanti, che somigliano ad armi improprie e su cui, soprattutto, le fanciulle non sanno camminare. Dopo i consueti gridolini "Bellissime! Meravigliose! Le voglio!"...e soprattutto dopo 3 passi, le scarpe verranno abbandonate sul pavimento del negozio in ordine sparso, con grande gioia delle commesse. 
Difficilmente la genitrice è invitata a partecipare a queste particolari "sedute di shopping" perché si sa già che si opporrà decisamente a tutto ciò che possa incrinare le caviglie della figliola, che, quindi, dovrà accontentarsi e lamentare: "Però la mamma di Tizia le compra le scarpe col tacco! SOLO TU SEI CRUDELE!"

Come  già raccontato, queste interessanti e impegnative  sedute di shopping, non sono assolutamente risolutive, né riescono a fornire all'adolescente femmina il guardaroba necessario ad affrontare le emergenze festaiole (e, a volte, neanche la quotidianeità). 
Ciò spiega perché il portafoglio della genitrice di un'adolescente sia spesso vuoto e l'armadio della di lei figlia...troppo pieno.

Potrebbe comprare senza problemi tutto quello che vuole Jo, la protagonista del romanzo che propongo oggi per il venerdì del libro, “Le cose che non ho” di G. Delacourt



Jo, infatti, con una semplice schedina da 2 euro, vince 18 milioni e passa, ma non ne è particolarmente felice. Lei è una tranquilla signora di 48 anni, con un marito che ama ma che forse non la riama abbastanza, due figli già grandi e un lavoro di merciaia che la soddisfa molto; ha aperto un blog che ha centinaia di contatti e delle amiche fidate e custodisce gelosamente il dolore per la perdita di una figlia appena nata e il rammarico per essersi un po’ lasciata andare e aver preso troppi chili.
Nasconde l’assegno, perché ha paura che tutto quel denaro possa modificare la sua vita, anche se le permetterebbe di comprare quelle piccole cose che desidera e regalare a suo marito la bella macchina e il grande televisore che sogna da tempo. 
Passano i giorni e dal suo racconto noi scopriamo i tanti piccoli dolori che costellano la sua esistenza, i suoi sogni (tutti molto semplici, in verità), le sue speranze. Jo non vuole tanto, vuole solo amare ed essere amata…e tutti quei soldi non le servono. Finché qualcun altro decide per lei e lì, sul serio, la sua vita cambia. 

Il romanzo mi è piaciuto, ma non mi ha convinto del tutto. E’ una storia bella, scritta bene, ma, se fosse il tema di un mio alunno, scriverei “Buono lo spunto, ma poteva essere meglio sviluppato”. Nel romanzo sono accennate molte tematiche che poi, però, vengono lasciate lì, forse per eccesso di brevitas. 
E’ comunque una buona lettura, che ci fa riflettere su cosa sia veramente la felicità e che scandaglia con rara sensibilità l’animo femminile, anche se in certe parti l’occhio attento capisce che lo scrittore è un uomo: nessuna donna parlerebbe di sé e di alcuni aspetti della sua vita con tanta crudezza.