giovedì 31 luglio 2014

Degli 85 anni : a mio padre




Quando sono nata io, la tua primogenita, tu al mattino sei partito come al solito per andare al lavoro perché "non si può tenere chiuso l'ufficio in un giorno di scadenze e i contribuenti dovrebbero poi pagare la mora". Questo senso del dovere anche contro il proprio interesse è stato il carattere della tua vita, che è stata spesa interamente al servizio della tua famiglia, prima di quella d’origine e poi di quella che hai formato con Mamma. Sappiamo tutto quello che hai fatto per i tuoi genitori e per i tuoi fratelli (la nonna  raccontava tante cose…) e ricordiamo fin troppo bene i tuoi vent’anni da pendolare , sempre diviso fra le tue due case, per non far mancare la tua presenza a nessuna delle due. E il tutto sempre con grande amore e in silenzio.    

Quando eravamo bambine eri poco presente: partivi quando era buio e tornavi con quell’odore di treno (che per noi è sempre stato l’odore di nostro padre), con quella vecchissima borsa portadocumenti (“così nessuno può immaginare che dentro ci siano soldi”) e con quella valigia di cartone da cui usciva il ben di Dio. E quando arrivavi, stremato da una giornata di lavoro e 6 ore di viaggio, avevi comunque il tempo e la voglia di ascoltare i resoconti scolastici, di chiarire dubbi e, quand’eravamo piccole, di farci giocare, anche se per poco, perché si doveva cenare e tu dovevi andare a letto. Ma anche quando non c’eri noi sapevamo che ci accompagnavi e la gioia era grande quelle rarissime volte che ci venivi a prendere a scuola. 


Per noi sei stato, continui ad essere e ti auguriamo di esserlo ancora per tantissimi anni, il modello, forse inarrivabile, di figlio, fratello, sposo e padre. Dalla tua bocca in tanti anni non è mai uscito un  “non posso”, “mi secco”, “ho da fare un’altra cosa” “sono stanco”, qualunque richiesta noi avessimo da sottoporti. E anche quando sei diventato un vecchio brontolone sei  sempre stato disponibile a qualunque fatica  .


Ci hai insegnato i veri valori sui quali basare la  vita: l’onestà, il lavoro, il rigore morale, la famiglia... e il tutto senza tante parole, solo con l’esempio di una vita vissuta nel quotidiano impegno per migliorare, nel proprio piccolo, il mondo. 
Il neurologo ti ha definito "vecchia quercia". Lui si riferiva alla tua resistenza fisica, ma non sapeva che aveva inquadrato pefettamente la tua natura. 
Tu sei la quercia sotto la quale tutti ci siamo riparati e ancora oggi da te traiamo insegnamento perché anche ora, che un male orribile ti ha tolto ciò che amavi di più (la lettura, la manualità e il dinamismo), dalla tua sedia a rotelle, con le tue parole smozzicate e, spesso, incomprensibili, continui a mostrarci come si vive e come si invecchia, con l'unico dolore di "essere un peso" e di non poterci essere d'aiuto. 

L'ultima frase che mi hai detto, prima che si scatenasse questo inferno,è stata "Dio ti benedica" e anche oggi la parola che riesci più spesso a pronunciare è "Grazie".



Grazie a te per essere ancora per noi padre e Auguri per i tuoi 85 anni:

il Signore ti ha concesso la grazia di vedere i figli dei tuoi figli: ti auguriamo di vederli crescere e diventare uomini e donne ( e già tre sono sulla buona strada…) e che anche loro ti diano le soddisfazioni che aspetti; ti auguriamo di continuare a battibeccare (a modo tuo!) per tanti anni ancora con la tua sposa, alla quale hai dato prova di un amore totale e assoluto; ti auguriamo di resistere agli acciacchi e, ancora più importante, di mantenere la curiosità intellettuale, che è l’unica cosa che ci rende vivi; ti auguriamo, soprattutto, di vivere con serenità questo tempo che ti è stato dato, che non è un tempo inutile o improduttivo, ma è quello della raccolta di quanto (tanto!) hai seminato. Per questo, invece di guardare alle limitazioni dell’età, pensa a tutte le cose belle che hai e che devi aspettarti, prima fra tutti la tua piccola tribù di pesti, che ti rivoluzionano una casa ma ti riempiono le giornate.

Ti vogliamo bene.

giovedì 24 luglio 2014

Delle estati di quand'ero bambina



Quando ero bambina per me l’estate cominciava il giorno dopo la chiusura della scuola. Quella mattina mi alzavo prestissimo, prendevo l’autobus e andavo in stazione con mio padre. Mi imbarcavo con lui in un treno di pendolari, pieno zeppo di gente assonnata e di afrori insopportabili e mi addormentavo, cullata dal suono delle rotaie sui binari. Poi Papà mi svegliava, scendevamo e, con la sua mitica 500 raggiungevamo il suo ufficio. Mi mettevo in un angolino con i miei fumetti o il mio quaderno dei disegni e aspettavo che passasse il tempo. Ad un certo punto Papà mi chiamava e facevamo colazione. Dalla sua borsa marrone usciva la pietanziera di alluminio (esistono ancora?) che Mamma aveva riempito e mangiavamo insieme.  Poi riapriva l’ufficio, passava un altro po’ di tempo e finalmente prendevamo la strada tutta curve per arrivare al Paese. 

Ciò che mi accoglieva, insieme all’aria cristallina e al venticello fresco che spazzava il caldo della città, era l’odore forte e penetrante del letame di cavalli, muli, asini, capre e galline che invadeva ogni singola pietra della strada, ogni singola casa e pure la chiesa. Davanti ad ogni porta c’era una sbarra di ferro dove “scrostare” le scarpe, ma qualcosa entrava sempre e l’odore impregnava capelli, biancheria e mura… dopo un po’ non ci facevi più caso e diventavi anche tu parte di quell’olezzo collettivo che eguagliava più di ogni lotta di classe. 

Lì, nella grande casa, mi accoglievano la Nonna e le zie e, dopo il primo bagno, si attendeva il ritorno degli altri. Mi mettevo nella terrazza con la Nonna a fare con lei “la piccola vedetta lombarda” finché non vedevo arrivare gli zii a cavallo, con le bisacce cariche di ogni bene. E a quel punto si faceva festa, perché era arrivata la Regina, alla quale dedicare ogni attenzione per i tre mesi seguenti (perché la scuola cominciava il 1° ottobre, ricordate?).
La notte sprofondavo nel lettone enorme, con 3 materassi di lana, che mi accoglieva come un bozzolo caldo. La mattina facevo colazione con il latte appena munto con tanto zucchero, che lasciavo in fondo, per poterlo recuperare con la punta del cucchiaio, insieme al tocchetto di pane, tagliato con precisione geometrica dalla grande pagnotta: prima fette alte un dito, poi da ogni fetta strisce sottili tagliare a dadini…e in ogni fetta la mollica compatta, con tanti buchini, come di ogni pane fatto impastando a mano, con lievito naturale, e cotto nel forno a legna. Il sapore di quel latte e di quel pane è nella mia memoria e lo ricerco (con scarsi risultati, ahimè) in ogni tazza di latte e in ogni fetta di pane…
Le giornate scorrevano con altri ritmi, calmi, lenti. La Nonna dopo aver governato le galline, si sedeva a fare la calza, coi 4 ferri, e mi raccontava storie. Mi parlava di sua madre, alla quale io somigliavo, di suo marito, mio nonno, morto nell’attesa della nipotina, nata, però, solo dopo un mese. Mi mostrava mio padre bambino, paffutello e nudo su una pelle di leopardo o impettito nella divisa di Figlio della Lupa. Mi prendeva le sue pagelle, scritte con l’inchiostro in bella grafia, con tutta la sfilza di 10 e i giudizi lusinghieri…e io godevo di quelle vecchie carte e dei vecchi libri, con le pagine ingiallite e con l’odore di casa, di legno bruciato e di pane appena sfornato.
Ogni giorno era una scoperta nuova: erano in tanti ad occuparsi di me e lì ho imparato almeno la metà delle cose che so. Un giorno facevamo i biscotti, un giorno il pane, un pomeriggio andavamo al boschetto e un altro alla Villa. Se c’era brutto tempo e non si poteva uscire tagliavo figure dai giornali o giocavo con la Barbie, per la quale creavo la casa in una finestra. E grazie a lei ho imparato a lavorare all’uncinetto (dovevo farle copertine e tendine!)
E leggevo, leggevo tanto e non mi annoiavo mai, anche se non c’erano altri bambini, perché avevo troppe cose da vedere e da sperimentare: le lenzuola ricamate, il telaio per tessere il lino, le uova da cercare nella cesta e da mettere, calde calde, nella segatura. E la campagna, il raccogliere i frutti dall’albero, le passeggiate fra gli ulivi “Vedi, questo l’ha piantato mio padre quando sono nato io, questo quando è nato lo zio Enzo, questo…”, la vendemmia e l’uva da pestare nel palmento.

Nelle mie estati non c’era mai caldo. Il caldo lo lasciavo in città. Lì, al paesello, uscivo con la giacchetta e dormivo con due coperte. (A dire la verità in questi giorni dormo anche qui con la copertina…ma è un’estate strana…). Il mio gioco preferito ora non esiste più: si trattava di ritagliare bamboline di carta coi loro vestitini, che si potevano cambiare inventando storie sempre nuove. Prima di tagliare, però, bisognava rinforzare il foglio incollandolo su un altro foglio e per questo creavo una mistura appiccicosa con farina e acqua, che a me sembrava una pozione magica, perché bisognava mescolare, mescolare per togliere tutti i grumi. Oppure, se c’erano i nipoti della vicina, giocavamo “e nuccidde”, un bowling primordiale, fatto con le mandorle. 

Rileggendo, mi pare di parlare della preistoria e, invece, si tratta di 40 anni fa. Un po’ mi intristisce pensare che i miei figli non hanno vissuto tutto questo, anche se hanno internet e sanno usare la tecnologia molto meglio di me. 
Molto mi rattrista sapere che tanti protagonisti della mia infanzia non ci sono più o sono molto malconci. 
Rimangono i ricordi, rimane l’affetto, rimane l’esperienza…e forse è questo quello che conta.


Linky Party C'e' Crisi

lunedì 21 luglio 2014

Dell'adolescente in vacanza




L'adolescente in vacanza è un leone uscito dalla gabbia, che deve recuperare il tempo perso in inverno a studiare.
L'adolescente in vacanza attua corsi di recupero di Play station, ritenendo che la suddetta si sia sentita troppo trascurata  e, se femmina, trascorre ore a decorare le proprie unghie con smalti dai colori improbabili, che poi puntualmente rimuove con ettolitri di solvente.
L’adolescente in vacanza è l’egoismo personificato: esiste solo lui e le sue esigenze, i suoi bisogni, le sue necessità e di tutti gli altri…se ne infischia!
L’adolescente in vacanza è…in vacanza, cioè è “vacante” di tutte le norme di civile comportamento faticosamente insegnate dalla famiglia.
Innanzi tutto vive un profondo squilibrio dei ritmi sonno-veglia: si alza all’ora di pranzo e va a dormire alle 3 di notte (e ti impedisce così di passare l'aspirapolvere o di lavare i pavimenti o di riordinare la stanza). Forse a causa di questa alterazione, dimentica di rifarsi il letto. Dal momento che deve andare al mare, trascura la sua igiene (“tanto faccio una nuotata e poi faccio la doccia”). Peccato che poi abbia altro da fare e tu riesca a farlo lavare solo quando deve uscire la sera con gli amici.
L’adolescente in vacanza usa la casa come un albergo: vi mangia e vi dorme. Al massimo ti fa la grazia di portarti a casa gli amici, alias branco di cavallette che svuotano il tuo frigorifero, esauriscono le scorte d’acqua e poi vanno via, a saccheggiare altre dimore, lasciando i resti del loro passaggio: bicchieri di carta usati, tovaglioli accartocciati, avanzi di pizza.
Ecco, sì, la pizza…
L’adolescente in vacanza non si alimenta normalmente: mangia granite, gelati e pizza. Al massimo focacce.  Non c’è pericolo che questa alimentazione ricca di carboidrati lo faccia ingrassare perché, fra il metabolismo accelerato, le nuotate e le corse in bicicletta brucia tutto ciò che mangia.
L’adolescente in vacanza gioca, a calcio, a tennis o a basket, se è uno sportivo…alla Play station se è un pigro o se i suoi amici non sono ancora arrivati.
L’adolescente in vacanza non studia, anche se qualche prof malvagio gli ha lasciato compiti da fare. Rimanda ad un “poi” indefinito l’adempimento di questo suo dovere ma, se è un lettore, affronta tomi da 1200 pagine che fanno impallidire te, che hai la presunzione di essere un esperto.
L’adolescente in vacanza vive ancora più del solito in un mondo parallelo, si scoccia se tu lo inviti a tornare a casa presto (anche perché tu vorresti andare a dormire!) e ambisce al possesso delle chiavi. Se lo chiami al cellulare per sapere dov’è e quando ha intenzione di tornare, si infastidisce, perché lo fai sfigurare davanti al gruppo.
E finisce che gli organizzi le serate in casa tua, impastando chili di farina e preparando gelati, perché almeno sai dov’è e stai tranquilla e cominci a conoscere ogni singola cavalletta e a considerarla parte della famiglia, anche perché ronza sempre intorno a casa tua. 

Insomma, per capirci, ad un adolescente in vacanza corrisponde un genitore ansioso e stressato che aspirava a qualche giorno di relax e, invece, è costretto a fare le ore piccole per controllare ed aspettare il nobile rampollo.
E allora succede che quello stesso genitore che sperava che i figli piccoli crescessero per essere più libero, scopre con raccapriccio che adesso è ancora peggio e che, almeno, da piccoli li mettevi a letto e ti rilassavi, mentre ora stai lì ad agitarti e ad accusare il coniuge: “Sei tu che l’hai fatto uscire”.

(La foto vi dà l'idea del bello di cui godo...quando non devo impastare farina!)